Altro che Lepanto… la vera storia della bandiera ottomana di Spelonga – di Vittorio Camacci

Il Mediterraneo è sempre stato un grande bacino di contrasti e scambi. Con la conquista di Costantinopoli, da parte degli ottomani, si delineò per tutto il XVI secolo, una divisione di fondo tra due grandi aree portatrici di valori culturali e religiosi differenti, la mussulmana e la cristiana. Su entrambi i fronti non vi è imbarcazione, né località rivierasca che possa sentirsi sicura da improvvise aggressioni da parte di navi nemiche. La guerra diviene un fatto permanente. Le numerose ” Guerre D’ Italia “,della prima metà del 1.500, avevano minato il tessuto sociale dello Stivale ed in tutto il secolo si erano avuti solo dieci anni di pace completa. Ancora oggi lungo le coste mediterranee si possono scorgere torri erette a difesa delle scorrerie dei soldati mussulmani. Quasi tutte furono costruite nella seconda metà del XVI secolo e furono la difesa più immediata dei litorali. Chi veniva fatto prigioniero dei barbareschi poteva essere destinato ai remi nelle galere. Identica sorte poteva toccare ai prigionieri che finivano sulle galee della Serenissima. Un uomo, veniva incatenato ad un remo insieme ad altri quattro o cinque prigionieri. come nutrimento riceveva qualche biscotto ed una manciata d’ orzo, come bevanda acqua mista ad aceto, con qualche goccia d’ olio. Tra le file dei rematori correva una passerella longitudinale lungo la quale camminavano due ” comiiti ” , nostromi armati di una lunga frusta che facevano schioccare sul dorso di quelli che non remavano. Non si viveva a lungo come rematori. Sconfiggere i turchi nella Battaglia di Lepanto non era bastato a Venezia per ritornare ad essere dominatrice del mare. Uno dei suoi problemi, forse quello più fastidioso, era la continua presenza, tra le coste dalmate delle piccole imbarcazioni uscocche, indifferentemente che fossero brazzere o fuste, manovrate da degli ” strani ” corsari, che malgrado fossero di fede cristiana attaccavano e depredavano indifferentemente navi turche, venete e pontificie. Quella degli uscocchi è una storia messa a tacere e dimenticata. Occupa un breve spazio nel grande mosaico dei traffici e dei conflitti che nel XVI secolo hanno avuto luogo nel mare Adriatico. Estranei agli intrighi politici delle potenze europee, propense a raggiungere compromessi piuttosto che condurre una lotta ad oltranza con i turchi. Essi condussero audacemente una lotta crudele e violenta contro l’ Impero Ottomano con religiosa fede cattolica ed amor di patria. Appartenevano un po’ a tutte le popolazioni balcaniche fuggite di fronte all’ avanzata della Sublime porta. Portavano con se il dolore della patria lasciata e l’ odio più implacabile contro coloro che li avevano privati di essa. Negli ultimi anni del 1.500 le incursioni degli Uscocchi si fecero sempre più frequenti ed interessarono tutte le coste della Croazia, mettendo in pericolo la navigazione ed il potere sul mare di Venezia. Infatti essi odiavano anche i Veneziani, perché interessati alla ripresa dei commerci, dopo la vittoria di Lepanto, preferirono intavolare trattative con gli ottomani. Il Golfo di Venezia non divenne così un mare tranquillo, come desiderava la Serenissima, ma fu sconvolto dalle scorrerie dei corsari uscocchi protetti e finanziati dagli arciduchi d’ Austria che così frenavano l’ avanzata turca e contrastavano il dominio veneto. Gli uscocchi erano abilissimi marinai che agivano su imbarcazioni lunghe e sottili, facilmente manovrabili negli stretti bracci di mare che costellavano la costa dalmata. Armati di asce, coltellacci, pugnali ed archibugi erano così veloci che era credenza di allora che essi avessero il vento ed il diavolo dalla loro parte. Le loro barche erano dipinte di rosso, il colore del sangue, della vita, dell’ ardimento e di nero, il colore delle tenebre e della morte. Difficilmente un uscocco moriva nel proprio letto. Per Venezia erano una peste da debellare e così cominciò la guerra tra ” il leone veneto e la zanzara dalmata “. Così la Serenissima usò contro di loro ogni mezzo anche soldati di ventura, avanzi di galera, banditi delle Puglie, dello Stato Romano o del Veneto. Intanto a Roma, stufo dei soprusi e delle angherie perpetrate dalla banda di Marco Sciarra, della quale facevano parte anche alcuni spelongani, il Papa Clemente VIII , nella primavera del 1592 riuscì a mettere insieme un forte esercito, sotto il comando di Giovanni Francesco Aldobrandini e di Flaminio Delfino. Vistosi circondato Marco Sciarra decise di accettare l’ offerta di mettersi con i suoi al servizio della Repubblica di Venezia. Alla fine di maggio dello stesso anno, ormai soldato di ventura e non più ” Re della Campagna “, s’ imbarcò con cinquecento compagni su due galee veneziane a Civitanova diretto nel Veneto dove non si sa per quale motivo od intrigo sequestrò insieme ai suoi luogotenenti Battistella e Brandimarte Vagnozzi, il vescovo di Carsula ed il colonnello Conte Pietro Galbuzio, lo stesso che aveva assoldato Sciarra per conto di Venezia. Allora Clemente VIII protestò violentemente con La Serenissima esigendo che gli venissero consegnati i banditi che avevano spadroneggiato per sette anni nelle terre della Chiesa. La Repubblica di Venezia inviò allora a Roma l’ ambasciatore Leonardo Donato per convincere il Papa, con l’ aiuto dei cardinali Valieri e Morosini, a desistere dalla richiesta datosi che Sciarra, ormai soldato di ventura, aveva fatto giuramento militare, quindi per tradizione e per fede pubblica sarebbe stato di pessimo esempio venir meno a questa consuetudine cavalleresca della parola data. Ma Clemente VIII fu intransigente e Venezia dovette cedere alle sue richieste. Ignara di tutto ciò , la comitiva di Marco Sciarra, presidiava l’ isola d’ Arbe, con i suoi bellissimi quattro campanili e le spiagge sabbiose, l’ ex-brigante abruzzese appena ricevuto quest’ incarico ebbe modo di mettersi in luce come sempre con un gesto d’ audacia e di valore personale. La sua galea era da due giorni alla fonda al largo dell’ isola quando il capo uscocco Jurissa Sucich armò subito una fusta veloce, bassa di fianchi ed agile nella manovra e puntò parancando i diciotto remi e la polaccona spiegata a prua contro la nave veneziana. Jurissa arringò gli uomini: ” ognuno al momento dell’ arrembaggio faccia per se, non c’è tempo per la pietà e la misericordia, se qualcuno cade ferito gravemente si rassegni “. L’ ordine perentorio è gettare i corpi ingombranti in mare. La conclusione è scontata si finirà all’ arrembaggio , con un combattimento all’ arma bianca, corpo a corpo. I pirati uscocchi erano molto feroci, con grandi qualità guerresche ed un bel portamento : figure snelle e statuarie, vestivano vistosi mantelli e gilet rossi con berretti porpora o neri di foggia ungherese. Avevano i baffi e la barba per incutere paura ed ammirazione. Erano lesti ed agili nel correre e si muovevano ad agio anche sulla terraferma. Insomma somigliavano enormemente ai loro contrapposti venturieri. Marco Sciarra osservava tutto questo a prua della galea veneziana mentre Jurissa Sucich teneva il timone di poppa della fusta uscocca, colorata di rosso e di nero, che radeva gli scogli aguzzi ed evitava zigzagando le bordate dell’ artiglieria della nave veneziana. La fusta imboccò lo stretto corridoio che divideva lo sperone di un promontorio dalla nave di Sciarra che era sempre all’ ancora. Quindi, una volta sottobordo , gli uscocchi gettarono i grappini d’ arrembaggio. Jurissa non fece ammainare la vela e urlò ai rematori di dare ” lo strappo “. La manovra riuscì e i corsari uscocchi si scagliarono all’ arrembaggio con i coltellacci e le asce in pugno. Marco Sciarra ed i suoi li accolsero con una scarica di moschetti dopo il quale iniziò un violento combattimento corpo a corpo. Marco si gettò coraggiosamente nella mischia sanguinosa , venne ferito ad un braccio, ma gettato il guanto di cuoio si legò un cencio alla ferita e con la sua daga in pugno attese Jurissa Sucich per la sfida finale. I due si guardarono studiandosi mentre tutti gli altri formavano un cerchio intorno a loro. Avevano entrambi una cicatrice sulla guancia destra, Marco era ormai un soldato di ventura esperto di artiglierie, moschetti, archibugi, armi bianche e macchine da guerra, il capo uscocco non era da meno. I due rimasero immobili e guardandosi negli occhi capirono il loro stesso destino. Poi, all’ unisono, con un breve cenno del capo stabilirono un legame indissolubile. rifoderarono le armi e con un gesto della mano fecero cessare le ostilità tra i compagni d’ arme. Erano entrambi cristiani e condividevano la medesima sorte di sfollati in terra straniera, il loro arguto istinto gli aveva fatto comprendere, da uno sguardo, il destino che li accumunava. Più tardi si scambiarono dei doni e Jurissa omaggiò Marco di una bandiera ottomana strappata, alcuni mesi prima in combattimento, dal pennone di una galera turca della flotta di Telli Hasan Pasha. Quella fu la prima ed ultima volta che si videro, alcuni giorni dopo il Doge intimò a Marco Sciarra di trasferirsi a Candia ( l’ odierna Creta ) per rimpiazzare le truppe decimate dalla peste. Fiutato l’ inganno i venturieri si rifiutarono di eseguire l’ ordine ed allora furono attaccati da forze preponderanti comandate dallo spietato inviato della Serenissima Ermolao Tiepolo. ” Impares numero, cum obsistere non possent, legato se dedidere ” , insomma dovettero arrendersi . Sedici furono giustiziati, un centinaio mandati alle galere o al remo. Sciarra ancora una volta riuscì a fuggire e con alcuni compagni, tra cui lo spelongano Carlo Toscano detto ” Beccafumo ” , rubò un’ imbarcazione raggiungendo Senigallia. Riuscì ancora a mettere insieme ancora un centinaio di uomini, ma la fortuna gli aveva voltato le spalle. Aveva perso lucidità, audacia e carisma. Pochi erano i furti ed i rapimenti che riusciva a mettere a segno, magri i proventi delle sue scorribande. Non si fidava più di nessuno e dormiva ogni notte in un posto diverso. Uno degli ultimi giorni della sua vita, lo passò nella casa di Carlo Toscano a Spelonga, sentendosi ormai braccato si separò dal paese che gli aveva dato ospitalità sicura facendogli un ultimo dono per premiare la sua fedeltà : la bandiera turca che Jurissa Sucich aveva strappato dalla nave di Telli Hasan Pasha. Pochi giorni più tardi fu Moretto, un giovane servo di origine teramana che sorvegliava i suoi riposi notturni a rivelare la sua fine : fu ucciso a tradimento, nel sonno, mentre tentava di raggiungere la donna amata, dai suoi luogotenenti più fedeli Battistello da Monte Guidone e Brandimarte Vagnozzi di Porchia che gli tagliarono la gola sul Colle della Croce nei pressi di Ascoli Piceno guadagnandosi così, con questo ignobile tradimento, il perdono e la grazia del Papa.

Vittorio Camacci

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