In cerca di funghi – di Vittorio Camacci

Per gli abitanti delle città è difficile immaginare quello che succede nei paesini di montagna nel tempo dei funghi. La notizia della loro apparizione nei boschi, ora documentata con foto subito postata sui social, corre di casa in casa ed attira immediatamente non solo i mestieranti bisognosi, per i quali tale prezioso dono della natura vuol dire guadagnare qualche soldo, ma anche i dilettanti appassionati, che noi locali chiamiamo “pistamintuccia”. Persino le vecchine, che solitamente si lamentano degli acciacchi del tempo, davanti agli usci dei casolari, corrono con passo da marciatrici olimpioniche verso il bosco e ritrovano in quei pochi giorni un brio gioioso. Bisogna comunque dire che gli abitanti del paese apprezzano questa passione, perché essa ti permette di girare in lungo ed in largo nella natura, in perfetta libertà, a tu per tu con gli imprevisti e le difficoltà, senza essere comandati da altri uomini. Nel bosco non vi è distinzione : non esiste il ricco ed il povero, il potente ed il servo, il professore erudito e l’ ultimo della classe, lo scaltro e l’ ingenuo. Conta solo la bravura, la tenacia ed una buona dose di fortuna. La stagione dei funghi non ha regole fisse; può iniziare a giugno, come a luglio o anche ad agosto per proseguire in autunno. La si attende con ansia, guardando le lune del calendario, il cielo e studiando le previsioni metereologiche, sperando che la pioggia prima, e  le giornate di sole poi, vengano nei tempi giusti. Non a caso i funghi nascono e crescono a loro piacimento, a sorpresa, e sono quindi il frutto inatteso di una lunga ricerca a contatto con la selvatichezza, con l’ essenza della natura. L’andar per funghi è l’ avventura della resistenza, una forma di eternità. Andare alla loro ricerca è come entrare in una dimensione diversa, lasciarsi la civiltà alle spalle, tra luci e stormir di fronde, lungo sentieri che di solito non batte nessuno, in un oasi serena in cui ci si sente lontano dai dolori del mondo. Anch’io mi sono sempre più appassionato a questa ricerca, per tante ragioni : gli anni che passano, la necessità di avere un contatto con la natura, ma, soprattutto, perché l’ ansia della ricerca dei funghi non si è mai sopita in me. Mi attrae il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia, ne ho un bisogno vitale, mi colmano un vuoto che sento dentro quando mi trovo nelle città. Allora vado a funghi, con il mio cestino sottobraccio, il mio bastone e lo zainetto con la merenda. Sento l’afrore dei funghi già ad una certa distanza, o forse è solo la mia immaginazione. Un giorno c’era nebbia al di là del “Fosso de lù Ciuppite”, quel tipo di nebbia sottile ed evanescente che ti accarezza il volto e l’ anima. Con passo sicuro e veloce, nonostante la visibilità incerta, salii per il ripidissimo pendio che porta alla             “Pazzanzella” ed alla “Pasciarola”. C’era in me un’ euforia rara ed insperata quel mattino e mi sentivo sicuro di non tornare a casa con il cestino vuoto. ” Vai tranquillo”, mi dicevo : ” se non troverai funghi qui in basso salirai fin su la “Madonna dei Santi”, fino a “Lu Puije”. Ogni tanto arrestavo il mio cammino e mi mettevo in ascolto. C’era uno strano silenzio interrotto a tratti dai queruli e squillanti richiami degli uccelli. Ero tra secolari alberi di castagno, non c’erano felci piegate nè orme di scarpe, nessuno mi aveva preceduto. Ecco che vidi due porcini tra un ceppo di castagno ed un cerro, mi apprestai a raccoglierli quando sentii il grufolare di un cinghiale, alzai la testa e mi trovai davanti un enorme verro peloso, fermo, immobile, che invece di fuggire allargava le orecchie ed apriva la bocca, in segno di sfida, mostrando le sue enormi zanne bianche. Sentii che stava per caricare ed allora con un balzo felino mi arrampicai sul cerro. Abbracciai con tutta la forza il tronco e pregai la Vergine Maria della Neve non so quante volte. Infine abbassai lo sguardo a terra e mi accorsi che l’enorme cinghiale non c’era più. Scesi cautamente dall’albero ed iniziai a correre verso il fosso, verso la strada brecciata, verso la salvezza. Quel giorno tornai a casa senza un fungo, imbarazzato davanti allo sguardo stupito di mia madre, che mi chiedeva come avessi fatto a non trovare niente quando gli altri erano tornati con le ceste piene.

Vittorio Camacci

 

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Altro che Lepanto… la vera storia della bandiera ottomana di Spelonga – di Vittorio Camacci

Il Mediterraneo è sempre stato un grande bacino di contrasti e scambi. Con la conquista di Costantinopoli, da parte degli ottomani, si delineò per tutto il XVI secolo, una divisione di fondo tra due grandi aree portatrici di valori culturali e religiosi differenti, la mussulmana e la cristiana. Su entrambi i fronti non vi è imbarcazione, né località rivierasca che possa sentirsi sicura da improvvise aggressioni da parte di navi nemiche. La guerra diviene un fatto permanente. Le numerose ” Guerre D’ Italia “,della prima metà del 1.500, avevano minato il tessuto sociale dello Stivale ed in tutto il secolo si erano avuti solo dieci anni di pace completa. Ancora oggi lungo le coste mediterranee si possono scorgere torri erette a difesa delle scorrerie dei soldati mussulmani. Quasi tutte furono costruite nella seconda metà del XVI secolo e furono la difesa più immediata dei litorali. Chi veniva fatto prigioniero dei barbareschi poteva essere destinato ai remi nelle galere. Identica sorte poteva toccare ai prigionieri che finivano sulle galee della Serenissima. Un uomo, veniva incatenato ad un remo insieme ad altri quattro o cinque prigionieri. come nutrimento riceveva qualche biscotto ed una manciata d’ orzo, come bevanda acqua mista ad aceto, con qualche goccia d’ olio. Tra le file dei rematori correva una passerella longitudinale lungo la quale camminavano due ” comiiti ” , nostromi armati di una lunga frusta che facevano schioccare sul dorso di quelli che non remavano. Non si viveva a lungo come rematori. Sconfiggere i turchi nella Battaglia di Lepanto non era bastato a Venezia per ritornare ad essere dominatrice del mare. Uno dei suoi problemi, forse quello più fastidioso, era la continua presenza, tra le coste dalmate delle piccole imbarcazioni uscocche, indifferentemente che fossero brazzere o fuste, manovrate da degli ” strani ” corsari, che malgrado fossero di fede cristiana attaccavano e depredavano indifferentemente navi turche, venete e pontificie. Quella degli uscocchi è una storia messa a tacere e dimenticata. Occupa un breve spazio nel grande mosaico dei traffici e dei conflitti che nel XVI secolo hanno avuto luogo nel mare Adriatico. Estranei agli intrighi politici delle potenze europee, propense a raggiungere compromessi piuttosto che condurre una lotta ad oltranza con i turchi. Essi condussero audacemente una lotta crudele e violenta contro l’ Impero Ottomano con religiosa fede cattolica ed amor di patria. Appartenevano un po’ a tutte le popolazioni balcaniche fuggite di fronte all’ avanzata della Sublime porta. Portavano con se il dolore della patria lasciata e l’ odio più implacabile contro coloro che li avevano privati di essa. Negli ultimi anni del 1.500 le incursioni degli Uscocchi si fecero sempre più frequenti ed interessarono tutte le coste della Croazia, mettendo in pericolo la navigazione ed il potere sul mare di Venezia. Infatti essi odiavano anche i Veneziani, perché interessati alla ripresa dei commerci, dopo la vittoria di Lepanto, preferirono intavolare trattative con gli ottomani. Il Golfo di Venezia non divenne così un mare tranquillo, come desiderava la Serenissima, ma fu sconvolto dalle scorrerie dei corsari uscocchi protetti e finanziati dagli arciduchi d’ Austria che così frenavano l’ avanzata turca e contrastavano il dominio veneto. Gli uscocchi erano abilissimi marinai che agivano su imbarcazioni lunghe e sottili, facilmente manovrabili negli stretti bracci di mare che costellavano la costa dalmata. Armati di asce, coltellacci, pugnali ed archibugi erano così veloci che era credenza di allora che essi avessero il vento ed il diavolo dalla loro parte. Le loro barche erano dipinte di rosso, il colore del sangue, della vita, dell’ ardimento e di nero, il colore delle tenebre e della morte. Difficilmente un uscocco moriva nel proprio letto. Per Venezia erano una peste da debellare e così cominciò la guerra tra ” il leone veneto e la zanzara dalmata “. Così la Serenissima usò contro di loro ogni mezzo anche soldati di ventura, avanzi di galera, banditi delle Puglie, dello Stato Romano o del Veneto. Intanto a Roma, stufo dei soprusi e delle angherie perpetrate dalla banda di Marco Sciarra, della quale facevano parte anche alcuni spelongani, il Papa Clemente VIII , nella primavera del 1592 riuscì a mettere insieme un forte esercito, sotto il comando di Giovanni Francesco Aldobrandini e di Flaminio Delfino. Vistosi circondato Marco Sciarra decise di accettare l’ offerta di mettersi con i suoi al servizio della Repubblica di Venezia. Alla fine di maggio dello stesso anno, ormai soldato di ventura e non più ” Re della Campagna “, s’ imbarcò con cinquecento compagni su due galee veneziane a Civitanova diretto nel Veneto dove non si sa per quale motivo od intrigo sequestrò insieme ai suoi luogotenenti Battistella e Brandimarte Vagnozzi, il vescovo di Carsula ed il colonnello Conte Pietro Galbuzio, lo stesso che aveva assoldato Sciarra per conto di Venezia. Allora Clemente VIII protestò violentemente con La Serenissima esigendo che gli venissero consegnati i banditi che avevano spadroneggiato per sette anni nelle terre della Chiesa. La Repubblica di Venezia inviò allora a Roma l’ ambasciatore Leonardo Donato per convincere il Papa, con l’ aiuto dei cardinali Valieri e Morosini, a desistere dalla richiesta datosi che Sciarra, ormai soldato di ventura, aveva fatto giuramento militare, quindi per tradizione e per fede pubblica sarebbe stato di pessimo esempio venir meno a questa consuetudine cavalleresca della parola data. Ma Clemente VIII fu intransigente e Venezia dovette cedere alle sue richieste. Ignara di tutto ciò , la comitiva di Marco Sciarra, presidiava l’ isola d’ Arbe, con i suoi bellissimi quattro campanili e le spiagge sabbiose, l’ ex-brigante abruzzese appena ricevuto quest’ incarico ebbe modo di mettersi in luce come sempre con un gesto d’ audacia e di valore personale. La sua galea era da due giorni alla fonda al largo dell’ isola quando il capo uscocco Jurissa Sucich armò subito una fusta veloce, bassa di fianchi ed agile nella manovra e puntò parancando i diciotto remi e la polaccona spiegata a prua contro la nave veneziana. Jurissa arringò gli uomini: ” ognuno al momento dell’ arrembaggio faccia per se, non c’è tempo per la pietà e la misericordia, se qualcuno cade ferito gravemente si rassegni “. L’ ordine perentorio è gettare i corpi ingombranti in mare. La conclusione è scontata si finirà all’ arrembaggio , con un combattimento all’ arma bianca, corpo a corpo. I pirati uscocchi erano molto feroci, con grandi qualità guerresche ed un bel portamento : figure snelle e statuarie, vestivano vistosi mantelli e gilet rossi con berretti porpora o neri di foggia ungherese. Avevano i baffi e la barba per incutere paura ed ammirazione. Erano lesti ed agili nel correre e si muovevano ad agio anche sulla terraferma. Insomma somigliavano enormemente ai loro contrapposti venturieri. Marco Sciarra osservava tutto questo a prua della galea veneziana mentre Jurissa Sucich teneva il timone di poppa della fusta uscocca, colorata di rosso e di nero, che radeva gli scogli aguzzi ed evitava zigzagando le bordate dell’ artiglieria della nave veneziana. La fusta imboccò lo stretto corridoio che divideva lo sperone di un promontorio dalla nave di Sciarra che era sempre all’ ancora. Quindi, una volta sottobordo , gli uscocchi gettarono i grappini d’ arrembaggio. Jurissa non fece ammainare la vela e urlò ai rematori di dare ” lo strappo “. La manovra riuscì e i corsari uscocchi si scagliarono all’ arrembaggio con i coltellacci e le asce in pugno. Marco Sciarra ed i suoi li accolsero con una scarica di moschetti dopo il quale iniziò un violento combattimento corpo a corpo. Marco si gettò coraggiosamente nella mischia sanguinosa , venne ferito ad un braccio, ma gettato il guanto di cuoio si legò un cencio alla ferita e con la sua daga in pugno attese Jurissa Sucich per la sfida finale. I due si guardarono studiandosi mentre tutti gli altri formavano un cerchio intorno a loro. Avevano entrambi una cicatrice sulla guancia destra, Marco era ormai un soldato di ventura esperto di artiglierie, moschetti, archibugi, armi bianche e macchine da guerra, il capo uscocco non era da meno. I due rimasero immobili e guardandosi negli occhi capirono il loro stesso destino. Poi, all’ unisono, con un breve cenno del capo stabilirono un legame indissolubile. rifoderarono le armi e con un gesto della mano fecero cessare le ostilità tra i compagni d’ arme. Erano entrambi cristiani e condividevano la medesima sorte di sfollati in terra straniera, il loro arguto istinto gli aveva fatto comprendere, da uno sguardo, il destino che li accumunava. Più tardi si scambiarono dei doni e Jurissa omaggiò Marco di una bandiera ottomana strappata, alcuni mesi prima in combattimento, dal pennone di una galera turca della flotta di Telli Hasan Pasha. Quella fu la prima ed ultima volta che si videro, alcuni giorni dopo il Doge intimò a Marco Sciarra di trasferirsi a Candia ( l’ odierna Creta ) per rimpiazzare le truppe decimate dalla peste. Fiutato l’ inganno i venturieri si rifiutarono di eseguire l’ ordine ed allora furono attaccati da forze preponderanti comandate dallo spietato inviato della Serenissima Ermolao Tiepolo. ” Impares numero, cum obsistere non possent, legato se dedidere ” , insomma dovettero arrendersi . Sedici furono giustiziati, un centinaio mandati alle galere o al remo. Sciarra ancora una volta riuscì a fuggire e con alcuni compagni, tra cui lo spelongano Carlo Toscano detto ” Beccafumo ” , rubò un’ imbarcazione raggiungendo Senigallia. Riuscì ancora a mettere insieme ancora un centinaio di uomini, ma la fortuna gli aveva voltato le spalle. Aveva perso lucidità, audacia e carisma. Pochi erano i furti ed i rapimenti che riusciva a mettere a segno, magri i proventi delle sue scorribande. Non si fidava più di nessuno e dormiva ogni notte in un posto diverso. Uno degli ultimi giorni della sua vita, lo passò nella casa di Carlo Toscano a Spelonga, sentendosi ormai braccato si separò dal paese che gli aveva dato ospitalità sicura facendogli un ultimo dono per premiare la sua fedeltà : la bandiera turca che Jurissa Sucich aveva strappato dalla nave di Telli Hasan Pasha. Pochi giorni più tardi fu Moretto, un giovane servo di origine teramana che sorvegliava i suoi riposi notturni a rivelare la sua fine : fu ucciso a tradimento, nel sonno, mentre tentava di raggiungere la donna amata, dai suoi luogotenenti più fedeli Battistello da Monte Guidone e Brandimarte Vagnozzi di Porchia che gli tagliarono la gola sul Colle della Croce nei pressi di Ascoli Piceno guadagnandosi così, con questo ignobile tradimento, il perdono e la grazia del Papa.

Vittorio Camacci

Due cani nella bufera – di Vittorio Camacci

Nell’ odierna società si vive soli, anche se si è continuamente immersi nella confusione della massa; infatti se ci guardiamo attorno vediamo solo gente indaffarata che non ha più tempo da perdere, che non ha voglia di dar retta a nessuno, presa dal vortice della frenesia e dell’ insoddisfazione. Basta fermarsi un attimo ed ecco che ci rendiamo conto di essere superati, a volte anche con modi bruschi, da chi ci sta attorno perché con i nostri pensieri e le nostre perplessità intralciamo il loro cammino. Viviamo nell’era delle certezze sbandierate, delle conquiste scientifiche, ma poi nel nostro intimo sentiamo tutto il peso delle ambiguità che ci circondano, senza punti di riferimento, in preda ad una concorrenza che ci divide gli uni dagli altri in un’ innaturale lotta fratricida. Sconosciuti che lottano eternamente tra loro per il proprio personale e meschino interesse individuale. Invece bisogna guardarsi indietro, per prendere ispirazione ed insegnamento, per prendere forza e coraggio, per avere la consapevolezza di far parte di un grande disegno che parte dalle tradizioni dei nostri avi e della nostra famiglia. Essa è infatti l’antidoto migliore per affrontare la vita moderna e per difendersi dalla solitudine, dalle inquietudini e dalle insicurezze. Questa è la lezione che viene dal mondo antico, dove regnava la semplicità, dove ci si accontentava dell’ essenzialità e non c’era una grande separazione tra il mondo reale ed il mondo ultraterreno : “Noi siamo solo nani arrampicati sulle spalle di giganti “. Più di cento anni fa, nel 1916, un ragazzone di Colle d’ Arquata, di nome Pietro, era lontano dal suo paese chiamato al fronte per combattere contro il nemico d’ oltralpe. Da mesi viveva, suo malgrado, nelle trincee sul fronte del Grappa, tra pioggia, neve e fango, in un’ assurdo freddo pungente. Pietro era abituato alle fatiche, sopportava bene anche il freddo, temprato dalla dura vita di allevatore e boscaiolo e dai lunghi inverni che caratterizzavano allora anche l’ abitato di Colle. Ma il gelo della trincea acuito dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di igiene e di riposo, avevano fatto nascere nel suo cuore una profonda nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia. Era stato richiamato alle armi nel maggio dell’ anno precedente e da allora non era più tornato a casa. Erano passati quasi nove mesi ed il Natale lontano dalla famiglia gli aveva provocato un’ enorme dolore. A casa, c’ erano la moglie ed un bimbetto di due anni che lo pensavano giorno e notte pregando la Madonna del Chiarino perché lo proteggesse e lo facesse tornare sano e salvo. Nella tasca interna della giacca conservava religiosamente le uniche due lettere, scritte dal curato, ricevute dalla moglie che non sapeva scrivere. Per lui quei pezzi di carta erano un’ autentico tesoro che stringeva nelle mani quasi sempre e che di tanto in tanto si faceva rileggere dal caporale. Finalmente dopo tanto penare, arrivò una licenza, guadagnata con un’ atto di valore contro il nemico. Pazzo di gioia, per la licenza premio di 15 giorni, Pietro partì da Monfalcone con la prima tradotta per il sud. Viaggiò per tutta la notte, su sedili di legno, senza chiudere occhio ed in preda ad un’ ansia trepidante. Dopo una sosta a Bologna, il convoglio proseguì per Rimini, Ancona per fermarsi quasi all’ alba a San Benedetto del Tronto. Pietro trovò la stazione quasi deserta ed un addetto ai bagagli gli comunicò che sulle colline dell’ interno aveva nevicato, fortunatamente fuori trovò un vecchia carrozza a cavalli che lo portò fino ad Ascoli Piceno. Mentre risaliva la Salaria il freddo diventò sempre più pungente e neanche il pesante cappotto militare sembrava scaldarlo. Ascoli Piceno era coperta da un lieve manto bianco e non trovò nessuna carrozza che avrebbe potuto portarlo sui monti. Questo non lo spaventò, era abituato a camminare a piedi e così decise d’ incamminarsi, attraversando Porta Romana, per la Vecchia Salaria senza perdere altro tempo. L’ aria rigida ed il freddo vento di tramontana lo spinsero ad affrettare il passo mentre sentiva il sangue pulsare forte nelle vene riscaldandogli tutto il corpo. All’ altezza di Taverna Piccinini lo raggiunse un carrettiere che risaliva verso Accumoli dopo aver trasportato un carico di patate in città. Il cielo era diventato grigio e minaccioso, non promettendo nulla di buono, Pietro conosceva l’ uomo e approfittò volentieri del passaggio fino ad Arquata. Giunsero sopra Porta Sant’ Agata che era pomeriggio inoltrato, il soldato ringraziò il carrettiere e con lo zaino in spalla ed una gioia incontenibile nel cuore si affrettò a discendere verso la passerella sul fiume Tronto con la neve che cadeva a fiocchi. Attraversata Spelonga, mentre affrontava la salita de ” Lu Crafemuse” dopo il ponte di Piumbanare, il vento cambiò direzione soffiando da nord-est. La neve divenne sempre più fitta, sottile ed appiccicosa, sollevandosi in turbini che impedivano la visuale. Dopo le prime difficoltà, pensò di tornare verso Spelonga ma contando sulla sua giovinezza e sulla sua testarda determinazione di riabbracciare i suoi cari decise di proseguire ma la tormenta lo avvolse in un chiarore opaco, serrato che gli impediva di vedere anche ad un metro di distanza. Ben intabarrato nel pastrano e con i piedi abbastanza caldi negli scarponi, con le strette fasce dei gambali che gli proteggevano gli stinchi, Pietro sperò di vincere il freddo ma sentiva il suo respiro diventare affannoso mentre le folate gelide gli chiudevano gli occhi costringendolo a camminare a testa bassa. Il passo cominciò a vacillare perché i suoi piedi affondavano nella neve ed egli sopra le Piane non ebbe più alcun punto di riferimento. Cominciò a pregare San Silvestro e la Madonna del Chiarino, pensando a come sia facile morire mentre ricordava tutti quei compagni che aveva visto cadere negli assalti alle linee nemiche maciullati dalle bombe e dalla mitraglia. Ora qui, a pochi passi da casa, il silenzio faceva più paura dello strepitio delle armi sul fronte, qui c’era solo il sibilo della bufera che lo faceva sprofondare nel bianco della neve infida e traditrice. Non riusciva più ad orizzontarsi , si muoveva sempre più lentamente mentre la disperazione diventava rassegnazione e nel suo cervello balenava implacabile l’ idea di lasciarsi andare. La sofferenza cresceva ad ogni passo e lui sentiva perdere il peso del suo corpo rifugiandosi in un piacevole e strano torpore che invadeva le sue membra. Stava quasi per chiudere gli occhi quando si sentì spingere alle spalle da qualcosa di pesante tanto da perdere l’ equilibrio e cadere nella neve faccia in avanti. Alle sue spalle sente un mugolio prolungato insieme ad un’ alito caldo e sbuffante, si girò alzandosi su di un gomito e vide un grosso cane bianco che lo stava leccando con guaiti festosi. Non era solo, accanto aveva un altro cane che lo guardava con i suoi grandi occhioni mansueti : erano due bei pastori abruzzesi, un maschio ed una femmina, che lo fissavano con simpatia e con movimenti della testa lo esortavano ad alzarsi. Gli animali sembravano aver capito il pericolo e fiutando l’ aria più volte si avviarono scodinzolando in direzione trasversale al vento. Il maschio andava avanti aprendo la strada mentre la femmina stava al suo fianco sinistro permettendogli, talvolta, di appoggiarsi al suo dorso nei momenti di maggiore difficoltà. La luce del giorno cominciava a scemare e la paura tornò ad impossessarsi della mente di Pietro ma lui continuò a camminare a testa bassa ed ad un tratto si ritrovò di nuovo solo. Chiamò i cani e non avendo riscontrò scoppiò a piangere sentendosi di nuovo perso. Dopo un po’ rialzò il viso con lo sguardo spento, senza più speranza, ma davanti a se vide qualcosa di scuro che si faceva notare in tutto quel chiarore. Era il portale della chiese di San Silvestro. ” Colle ! Sono arrivato a Colle ! ” Cominciò ad urlare con quanto fiato gli era rimasto in gola. Lo scosse solo il suono della campana che suonava il vespro, la fine di una giornata, la fine di un incubo. Dopo aver abbracciato la moglie ed il figlioletto venne a sapere che i suoi anziani genitori erano morti nell’ incendio della loro casupola una settimana prima, corse in mezzo alle stradine innevate, cercò i due cani in tutto il paese ma nessuno possedeva due cani simili. ” Mamma e papà mi hanno salvato! ” Diceva a tutti : ” loro mi avevano messo al mondo e loro mi hanno dato questa nuova vita. Erano due anime in ascesa tramutatesi nelle sembianze di cane per fare un’ ultimo gesto d’amore salvando la loro discendenza “.

Vittorio Camacci

Tra i filari di pecorino – di Vittorio Camacci

Desiderio era un contadino gentile ed affabile di Trisungo, buono come il pane ed attaccato alla terra ed alle tradizioni. Rimasto vedovo a quarant’anni, con due figlie piccine, coltivava una grande vigna assolata tra i sassi enormi ruzzolati dalla montagna che di giorno assorbivano il calore del sole estivo e la notte mantenevano, almeno fino alle prime ore della sera, il tepore riuscendo a far maturare i grappoli anche in questi posti di montagna. Da tempo immemore la sua famiglia viveva con i proventi della vigna, coltivandola con gesti e rituali tramandati da padre in figlio e che culminavano con la vendemmia, vissuta come un momento di grande gioia, un rituale antico ed affascinante che dava origine al ” vino pecorino”, nettare della vite di montagna che accompagnava sempre i momenti lieti e sacri dell’uomo. Quell’anno Desiderio si era dato molto da fare, diviso tra le faccende domestiche, la cura delle sue bimbe e il duro lavoro tra i filari della vigna. Arrivò a fine settembre stanco, spossato e quando gli acini raggiunsero il giusto grado di maturazione pensò che il bel tempo non sarebbe durato a lungo ed in un giorno asciutto chiamò alcune vicine di casa per la raccolta dei grappoli. Tra queste c’era una giovane minuta e di bell’aspetto che si chiamava Giacomina, molto giudiziosa e rispettosa ma ” chiacchierata ” per via di alcune storielle adolescenziali e per questo ancora zitella. Le ragazze si presentarono all’aurora, salendo l’erta e parlottando tra loro, quando la ” guazza” cominciava ad evaporare verso il cielo colorato d’azzurro. Si misero subito a lavorare canticchiando mentre recidevano con esperienza i grappoli gialloverdi sul nodo che si trovava in mezzo al gambo. Desiderio ritrovò un abbozzo di sorriso e allietato da tanta giovinezza cominciò a darsi da fare per aiutare le ragazze ha svuotare le ceste colme nei tini. Attratto da Giacomina che con i suoi fianchi snelli, ” sculettava” tra i filari, più volte le sfiorò le mani cercando un contatto al quale la fanciulla furbescamente non si sottrasse, facendo scattare nella povera mente del vedovo chissà quali fantasie. Quando i tini furono colmi, Desiderio con il suo mulo, cominciò a carreggiarli fino alla vasca di pigiatura della sua cantina in paese. Nel tragitto cantava per l’allegrezza delle vecchie serenate d’amore : ” Ve do la bona sera colombella, magnato avete zucchero e cannella, tu sei regina in mezzo ai Dei, e già consumi gli occhi miei…”. Sulla strada incontrò il compare Battista, rimasto stupito da tanta felicità che non si addiceva ad un vedovo, pronto a ribattergli in canto : ” L’uccello in gabbia se non canta per amor canta per rabbia “. ” E’ vero cumpà… e vero ! ” rispose Desiderio spronando la mula con una sculacciata. Quando tornò alla vigna era passato mezzogiorno, scaricò dal basto la bisaccia nella quale aveva riposto la colazione : pane, pizza, formaggio, prosciutto ed uova sode. Si sedettero all’ombra di un grande masso, stendendo a terra una tovaglia quadrettata. Desiderio e Giacomina si scambiavano occhiate tra i bocconi ma la ragazza ebbe sempre l’accortezza di abbassare lo sguardo di tanto in tanto per dimostrare poca sfacciataggine. Desiderio aveva capito tutto e pensava anche alle sue bambine rimaste orfane. Gli occhi verdi di Giacomina si erano impossessati dei suoi ma nei successivi giorni di vendemmia mantenne una certa dignitosa distanza. Anche gli amici ed i vicini ormai avevano capito e gli consigliarono una serenata per sciogliere la sua timidezza ed avere il coraggio di dichiararsi. Una sera di fine ottobre si recarono sotto la finestra di lei, accompagnati dall’organetto, cantando : ” io so venuto, bella alle tue porte, qui c’è la donna che mi fa felice, cacciatevi i cappelli tutti quanti, qui c’è una regina imperatrice” . Giacomina, pazza di gioia, rispose accendendo la lampada a petrolio come segno dell’accettazione e gli amici continuarono a cantare felici insieme a Desiderio : ” Sto core appassionato te saluta, alza i tuoi bei capelli e non dormire, tu sei nà volpe dalla coda astuta, quante parole che t’avrei da dire “. Comunque prima di risposarsi, a Desiderio toccò sorbirsi ” una scampanata” , che era una serenata alla ” rovescia”, fracassona e stonata, destinata ai vedovi ed alle coppie con molta differenza d’età ed una ” incamata ” da uno che Giacomina non aveva voluto. Non essendo ” sciampagnò ” e ” m’briacò “, Desiderio fu ben accetto dalla famiglia della ragazza , fu preparata la ” stima del corredo” e Giacomina ricevette come pegno d’amore una collana di corallo e due orecchini d’oro. i due innamorati ebbero una buona vita, per quello che i tempi consentivano, la loro vigna gli consentì una dignitosa esistenza fatta di sudore e fatica ma anche di piccole soddisfazioni come quella di veder crescere i propri figli educati ed appassionati della tradizione viticola.

Mi trovo davanti al bar di Luigino, con alcuni amici a bere un’ aperitivo a Trisungo, in un fine mattino di un giorno di metà ottobre e vedo una ragazza dai lunghi capelli neri, occhi verdi, alta e snella che si reca alla fermata dell’autobus. Tutti girano lo sguardo verso quella figura femminile che spazientita cammina nervosamente davanti la tabella degli orari. Chiedo ai miei amici se la conoscono. mi rispondono all’unisono che è la nipote di Desiderio e Giacomina, si chiama Francesca ed è tornata in paese per la raccolta delle castagne. Mi faccio coraggio, la fermo e chiedo se ha bisogno d’aiuto. ” Sono di Marino”, mi dice guardandomi sospettosamente : ” … cerco gli orari delle corse per Roma “. Mentre la indirizzo presso la biglietteria del bar ho appena il tempo di dirgli che conosco la storia dei nonni. Si ferma all’improvviso, si volta e mi confida raggiante che ha seguito le loro orme, che insegna in una scuola di agraria. Poi prende dalla borsetta un I-phone e mi fa vedere un video. C’è una piazza gremita di gente dove al centro è stato allestito un grande tino con una scaletta e numerosi cesti di plastica contenenti uva. Non lontano una banda suona una musica allegra. Ad un certo punto Francesca arriva coperta da un accappatoio, cammina su un red-carpet e raggiunge la scaletta. A tempo di musica sfila scarpe ed accappatoio immergendo i piedi in un catino d’acqua. Sale la scaletta, entra nel tino ed inizia a pigiare l’uva sempre a tempo di musica. Le gambe esili ed eleganti si alternano a premere sotto i piedi i grappoli succosi provocando schizzi e la gonna leggera si alza. La gente applaude accompagnando la musica con il battito delle mani. Poi interrompe bruscamente il video e mi dice : ” Vedi sono stata anche Miss Vendemmia 2015 “. La guardo negli occhi per l’ultima volta ringraziandola con una stretta di mano per la splendida visione che mi ha concesso. Mentre sale sull’autobus alzo il braccio in un cenno di saluto, Francesca mi risponde con un sorriso e volge lo sguardo verso l’ autista. Adesso anch’io sorrido felice perché ho capito che il sogno di Desiderio e Giacomina continua…

Vittorio Camacci

Arquatani sul Don – di Vittorio Camacci

Il vento freddo proveniente dalla Siberia degli ultimi giorni di fine febbraio, ” il Burian ” che in realtà in russo si chiama ” Buran “, mi ha fatto ricordare le storie di alcuni miei paesani che avevano partecipato alla Campagna di Russia tra il 1942 ed il 1943. Spesso, quando ero ancora adolescente, mi sedevo vicino al tavolo dove sorseggiavano vino nel bar de ” Lu vecchiò ” e ascoltavo i loro racconti su quella terribile esperienza. Avevano tutti un soprannome e penso che il loro ricordo sia ancora vivo in molti di voi, essendo dei montanari vennero reclutati dal Corpo D’ Armata Alpino, attrezzato è preparato per combattere in montagna, invece venne usato nelle steppe tra il Don ed il Donez.

I nostri paesani, arrivarono nel bacino del Donez, insieme agli altri sodati italiani , tra il luglio ed il settembre del 1942. Nel dicembre dello stesso anno l’esercito russo sferrò una grande offensiva dal nord. I soldati italiani per un mese, allo scoperto nella steppa, tra bufere di neve e temperatura polari riuscirono a fermare i russi, ma il 15 gennaio del 1943 si ritrovarono circondati da colonne di carri armati, da reparti di cavalleria e dai partigiani bolscevichi. Con una terribile marcia durata 17 giorni, affrontando terribili combattimenti, il freddo, la fame, bufere e tormente di neve, riuscirono a rompere l’accerchiamento portando in salvo tantissimi uomini.

Uno di essi detto ” La Lenza “, quasi sempre taciturno, laconico e un po’ restio nel raccontare, per non riaprire bruttissimi ricordi, un giorno si dimostrò abbastanza loquace e mi narrò la sua storia di guerra : << Partito con l’ ARMIR, galvanizzato insieme ai miei commilitoni con la propaganda e con l’idea di una guerra lampo, su una tradotta passata da Gorizia poi via Tarvisio in Austria, Polonia ed Ucraina. Mi misero in mano un fucile modello 91 ed una baionetta. Ai piedi scarponi di cartone pressato ed indosso un’uniforme invernale con mantellina. All’ arrivo ci piazzarono nelle trincee, tra la steppa piena di neve ed il fiume Don tutto gelato. Dormivamo in piccole caverne rivestite di tronchi, riempite con rudimentali letti a castello. La sera i russi, con i megafoni, lanciavano canzonette italiane come ” u’ surdato innamorato ” invitandoci alla resa illustrando la stupenda vita che facevano i prigionieri di guerra. I giorni e le notti le passavamo nel freddo un po’ a scavare un po’ a fare la guardia. Poi, in inverno, quando i russi hanno rotto la linea ci siamo riuniti ed abbiamo formato un’ immensa colonna di cui non si vedeva la fine alla quale si sono aggiunti anche tedeschi, rumeni e polacchi. Abbiamo cominciato così la ritirata. Si camminava giorno e notte, ci si fermava solo qualche ora nei paesi abbandonati cercando di trovare qualcosa da mangiare. A volte ci aiutavano dei miseri contadini, dal mesto sorriso, brava gente come noi. Poi c’erano i muli; quando morivano cucinavamo qualche pezzo di carne approfittando dei pagliai e delle case che bruciavano. Gli scontri a fuoco erano continui e molti compagni cadevano sulla neve colpiti dalle pallottole russe o fiaccati dal freddo e dalla fatica. Mangiare era un miraggio, un lusso. Io sono stato fortunato perché un giorno in un’isba ho trovato alcune patate, crauti, un barattolo di piccole mele sotto aceto ed una borraccia piena di miele che mi ha dato l’energia per andare avanti. Era faticoso anche respirare, tanto l’aria era fredda : per farlo ci mettevamo un pezzo di coperta in faccia. La mantellina che avevamo in dotazione si accorciava a vista d’occhio : ogni giorno ne tagliavo una striscia per rifare le fasce da mettere sulle gambe sotto il ginocchio. Le scarpe di ” cartone pressato ” le avevo buttate via quasi subito perché facevano entrare la neve e l’acqua ed i piedi mi si gonfiavano. Così li ho avvolti in un pezzo di coperta e mi sono salvato. A volte il freddo arrivava a 40° sotto zero, il sergente ci dava un po’ di cognac raccomandandoci di mischiarlo con l’acqua. Qualcuno non seguiva il consiglio ed allora moriva assiderato seduto sul suo zaino ad aspettare che finisse ” la sbronza”. Nel lungo viaggio prendevamo anche gli stivali e gli indumenti dei morti altrimenti non avremmo potuto fermare il freddo della steppa. Quando entravamo nelle isbe chiedevamo: ” Khleba ! Khleba ! ” ( Pane ) , ma quei poveri contadini impauriti non ne avevano neanche per loro. Di morti durante il cammino verso l’ Italia ne ho visti tanti, troppi. Ha volte sono stato costretto a camminarci sopra. Di loro mi rimane un ricordo incancellabile ed ancora vivo e soffro ogni volta che devo strapparlo dal cuore per raccontarlo a qualcuno ma devo farlo perché solo così il loro sacrificio non andrà perduto >>. La Lenza fu uno dei fortunati che tornò a casa. Fu un marito ed un padre esemplare. Ci piace ricordare che durante la festa tutti volevano cavalcare il suo asino nella ” Corsa dei Somari ” , era il più veloce perché ” La Lenza ” li sapeva addestrare ricompensandoli con un’immancabile zuccherino a fine gara.

Vittorio Camacci.

Domè e la pucichina – di Vittorio Camacci

 

Il mio bisnonno Domenico era nato nel 1836, dal fisico imponente e corpulento era descritto da tutti come una forza della natura. Divenne, già quindicenne, un giovane montanaro ribelle, forgiando nel suo carattere indomabile durezza e forza, abituato com’ era a fatiche sovrumane. Intorno a vent’anni d’età divenne un leader, grazie alla sua forza ed intelligenza non comuni, era uno dei pochi montanari capace di leggere e scrivere e pronto a ribellarsi, quando capitava l’occasione, all’arbitrio dei potenti agrari oltre a vecchi e nuovi feudatari vissuti tra Papi e sovrani che reclamavano sempre diritti senza cedere nulla in cambio. Sin dall’adolescenza si era nutrito di idee religiose e quindi si schierò sempre dalla parte della Chiesa e dal Papato, che allora governava le nostre terre; ricevette un posto da corriere pontificio. Anche per questo giurò e si impegnò a difendere lo Stato Pontificio dalle prepotenze della Guardia Nazionale che tentava di sedare le rivolte popolari. Tra il dicembre del 1860 ed il gennaio del 1861 divenne un ausiliario pontificio unendosi alla banda di Giovanni Piccioni, detto Pannanzò, priore del comune di Rocca di Montecalvo e strenuo difensore dello Stato della Chiesa. Gli venne consegnato un fucile a percussione e gli furono corrisposti come ricompensa 22 scudi romani al mese. Tutta la montagna era un pullulare di briganti, tanto che la zona fu definita la ” Vandea” italiana. Domenico, a capo di una squadra di sabotatori, si distinse nelle zone dell’ Alto Tronto. Indossava una giacca di castoro nero, un gilè, pantaloni di felpa neri, stivaletti di vitello, un grosso cappellone di cuoio e due grandi orecchini d’oro ornavano i lobi delle sue orecchie. Fu un degno capobanda anche perché conosceva a menadito i sentieri ed i rifugi della montagna. Riuscì ad accumulare anche un piccolo tesoro che nascose furbescamente in più punti del territorio. Si dice che nel suo podere tra i massi de “Lu Rucchitte” avesse quattro ripostigli nascosti nelle grotte della “Vena”. Sul finire dell’anno 1861 accadde un episodio che cambiò definitivamente il suo carattere esuberante e che forse gli salvò la vita. Grazie al suo aspetto fiero ed imponente, Domè, così era chiamato il mio bisnonno dai paesani, era visto come un leader carismatico e quindi veniva spesso richiesto come padrino nei battesimi come segno di rispetto e di dedizione. Quindi quando i D’Ambrosi, degli onesti contadini, lo chiamarono per fare da padrino, non negò il favore, era uso accettare tale onere nella piccola comunità perché si riteneva che se un uomo ti chiedeva di diventare suo “compare” bisognava onorare questa scelta per riconoscenza. In chiesa quando gli porsero la neonata, Domè la prese con goffa tenerezza tra le sue enormi mani, la guardò con attenzione e notò i bellissimi occhi verdi della piccola. “Che bella frichina cumpà!” disse rivolgendosi al padre.                “Quanne che sarà signurina me la spose!” . Tutti risero tranne il compare ed il prete che annui solo con il capo deglutendo. Lui conosceva bene Domè ed aveva anche l’autorità necessaria per contraddirlo ma sapeva anche che quell’uomo non scherzava mai. Le notti ed i giorni successivi Domè non riuscì a chiudere occhio, si vedeva sempre davanti quel fagottino piagnucolante e due piccoli bellissimi occhi verdi. Perse la sua proverbiale calma e lucidità, divenne un altro, abbandonò la rivolta e si ritirò nel suo podere tra i massi della “Vena”. Quando la bambina divenne adolescente, Domè ormai era uno zitellone ultraquarantenne e con la sua enorme mole si parava davanti a tutti i corteggiatori di Antonia. “Guai a chi la tocca!”, tuonava: “Chi la tocca se la veda cchi me !”. Ormai la sua era diventata un’ossessione e tutte le domeniche si appostava davanti il portale della chiesa di Santa Maria in Collepiccioni ad aspettare la “Pucichina “, così era soprannominata Antonia nel suo rione per il suo vitino da vespa e le sue gambe magroline, che si recava alla messa del mattino. All’età di 25 anni la ” Pucichina ” era ancora zitella, possedeva tante qualità ma nessun ragazzo aveva osato chiederla in moglie, ormai non tanto per paura ma per timoroso rispetto verso quel gigantone teneramente innamorato. Così, quando Domè con il suo cappellone in mano, ormai cinquantenne con gli occhi ancora brillanti ed il volto arcigno e bonario, varcò la soglia della casa del “Compare D’ Ambrosi” per chiedere la mano di Antonia, il padre della ragazza non riuscì a negare il consenso. Ormai la sua ” Pucichina ” era una zitella venticinquenne e quella era, forse, l’ ultima occasione per poterla maritare. Domè e la Pucichina ebbero malgrado tutto una buona vita, crebbero otto figli ai quali insegnarono la lealtà ed a non tradire mai la parola data: Agnese la primogenita nata il 2 luglio del 1888 emigrò nel 1910 negli Stati Uniti con il marito Giosuè Schiavoni, fu sempre casalinga felice, ebbe come la madre otto figli e visse in varie cittadine della Pennsylvania. Rimase vedova nel 1972 e morì il 15 marzo del 1990 all’eta di 102 anni. E’ sepolta vicino al marito nel cimitero della città di Hershey  . Carolina nata nel 1890  visse sempre a Spelonga dove sposò Eugenio Ciancotti dal quale ebbe 5 figli). Rosa nata il 20 gennaio 1892  emigrò negli Stati Uniti nel 1916 imbarcandosi a Napoli sul Duca D’Aosta l’ 11 novembre del 1916 arrivando nel porto di New York il 26 dello stesso mese. Il 16 aprile 2017 a Steelton in Pennsylvania sposò Edoardo Schiavoni di quattro anni più giovane dal quale ebbe sei figli. Rimase vedova nel 1961 e morì il 30 gennaio 1982 a 90 anni. Riposa insieme al marito allo Hershey Cemetary . Biaggio nato nel 1895 , fu il figlio più bello ed anche più sfortunato, amante della bella vita e delle belle donne, un autentico play-boy incallito perse la vita nel 1923 a soli 28 anni a New York in circostanze poco chiare. Natale nato ovviamente il 24 dicembre 1896 fu soldato nell’ Esercito Italiano dal settembre 1916 fino al 20 maggio 1920. Nel novembre dello stesso anno emigrò negli Stati Uniti dove nel 1925 sposò Elisa Palaferri di un anno più giovane. Ebbero quattro figli. Natale fu un onesto lavoratore nel settore delle costruzioni e rimase vedovo nel 1978. Morì il 7 settembre 1985 a Hershey in Pennsylvania all’età di 88 anni . Berardino, mio nonno, nato il 29 dicembre del 1900 carabiniere durante il ventennio fascista, prima nella caserma di Isola Gran Sasso poi in quella di Urbisaglia , sposò Francesca Schiavoni nel 1924 dalla quale ebbe quattro figli. Grande appassionato di romanzi d’avventura, teatro e cabaret, rimase vedovo nel 1970 e morì a Spelonga il 9 febbraio 1980 . Agostino nato nel 1903 e morto prematuro a soli due anni nel 1905. Cesare l’ultimogenito nato il 17 ottobre del 1906 ( rimase nella casa paterna e nel 1933 sposò Domenica Camacci dalla quale ebbe due figli . Mio nonno Berardino mi raccontava che da monello ogni volta che combinava una mascalzonata, il papà ormai vecchio, non aveva la forza di rincorrerlo per sculacciarlo ed allora gli gettava il grosso cappello di cuoio come un boomerang. Domè morì il 17 giugno del 1928, visse fino a 92 anni, un vero record per l’epoca. Possiamo immaginare che l’aiuto e la compagnia di quella vispa e giovane moglie, forse, gli abbiano giovato nell’invecchiare lentamente. Nel paese è ancora viva la sua leggenda e si dice che ad 81 anni gli siano rispuntati alcuni denti e ricresciuti i capelli. Lei, la mitica ” Pucichina ” sopravvisse alla sua dipartita esattamente altri 25 anni e morì il 12 giugno del 1957. Si racconta che fino alla fine non mancò mai alla Messa della domenica indossando eleganti vestiti sul vitino da vespa e bellissime scarpe rigorosamente con tacco alto che aveva sempre amato indossare forse per sentirsi meno piccola accanto al suo Domè.

Vittorio Camacci

La Storia di Caterina e lo “Zanni” – di Vittorio Camacci

Pozza è un piccolo paese di montagna, sito nell’Alta Valle del Garrafo, sopra ad Acquasanta Terme, colpito anch’esso dal terremoto del 2016. Nel giro di qualche lustro la popolazione del paese si è dimezzata ed i servizi essenziali per l’intera comunità sono ormai ridotti al lumicino: niente scuola, niente ufficio postale, zero servizi sanitari e solo due corse giornaliere di trasporto pubblico garantite da un’azienda locale. Ma l’intero vecchio paese addormentato da secoli sul fianco della montagna non ci sta e dopo anni di riflessione rimprovera la sua gente e si ribella a questa condizione. I suoi boschi lo hanno protetto, riscaldato e gli hanno dato cibo, le faglie di arenaria gli hanno regalato la possibilità di creare ponti arditi, fontane scolpite, piazzette dagli spazi giusti e vicoli stretti. Il bosco e la natura impervia sono il suo vestito, fossi e strade le sue scarpe. Case e chiesa il cuore e l’anima. Dove erano campi di grano e patate adesso ci sono rovi ed incuria, dov’erano cantine e stalle adesso ci sono porte chiuse, silenzio ed abbandono. Quante case vuote, quanta ricchezza perduta dove una volta c’era un brulicare di rudi montanari tra case antiche e tanta gioventù. Proprio a quei tempi, qualche decennio fa, qui viveva una famiglia di pastori, gente per bene, grandi lavoratori. Un giorno di sabato, nel periodo di Carnevale accadde un fatto che commosse, colpì e sconvolse l’intera comunità e che ancora è tema di pettegolezzo tra le vecchie comari. Questa famiglia aveva due figlie : Antonietta di 18 anni che si frequentava con un baldo giovane boscaiolo, aitante e forte che si chiamava Ortenzio ed aveva una ventina d’anni, la cui famiglia era considerata anche ” brava gente” . L’ altra figlia era Caterina di 25 anni, di gentile e bell’aspetto ma ribelle ed anticonformista e per questo considerata per le abitudini del luogo ormai troppo ” zitella” e ” sforastica”. Piano, piano, col passare del tempo ed il benestare delle rispettive famiglie, Ortenzio cominciò a frequentare la casa della famiglia di Antonietta ma i due potevano vedersi, com’era allora usanza, solo in presenza dei genitori di lei. A volte, però, quando questo non era possibile, i genitori affibbiavano a Caterina la responsabilità di sorvegliare la sorella più piccola. Con i suoi grandi occhioni neri e dolci, vispi ed intelligenti, Caterina controllava i giovani fidanzati a tutela dell’onorabilità della famiglia ma non sapeva che quel suo gesto di garanzia invece aveva trasmesso gioia ed aveva parlato al cuore di Ortenzio con un frainteso ” Ti voglio bene”. In quel primo pomeriggio di sabato, dopo essersi occupata della casa ed aver preparato da mangiare, il padre l’aveva mandata ad accudire le pecore nella stalla. Era un pomeriggio caldo più del solito, il sole splendeva alto nel paese ed il vento soffiava lieve e leggero, sciogliendo gli ultimi rimasugli di neve rimasti ai bordi delle stradine del paesello, dove non girava nessuno. Caterina aveva incrociato solo un anziano che lentamente rientrava con una soma di legna trasportata sul basto da un somarello. Presa da un presentimento la giovane si affrettò ad aprire la porticina della stalla, accarezzò sul dorso quasi tutte le pecore, le accudì e chiuse la stalla per tornare a casa. Non ebbe il tempo di fare alcuni passi che udì il suono di un’ organetto ed il cantare degli stornelli sulle note del saltarello. ” Oddio gli Zanni “, pensò, trasformando il suo passo leggero quasi ad una corsa. Non ebbe il tempo di svoltare verso casa che vide la coppia di sposi circondata dagli ” Zanni” , ormai ubriachi, con le “staie” in mano ed i variopinti copricapi pieni di strisce di carta velina frusciante. Ebbe appena il tempo di accostarsi ad un uscio mentre passava il diavolo, con le corna finte di montone, rovistando con un forcone le pietre del selciato, tenuto legato ad una corda da un figurante vestito da guardia. Si appiattì di spalle sulla porta dell’ uscio, ma uno ” Zanni” la vide con la coda dell’occhio e si avvicinò a lei. Caterina riconobbe il viso dietro il velo nero che copriva la faccia, era Ortenzio. ” Sei una vecchia zitella”, gli gridò colpendola con la ” staia” sul lato del sedere. Caterina, presa dalla rabbia, ebbe la forza di spingerlo indietro ed Ortenzio che aveva tracannato parecchio, perse l’equilibrio cadendo sul selciato. Dalla sommità del lungo cappellone a cono si staccò una foto e Caterina vide che non era quella di sua sorella Antonietta ma la sua. L’ afferrò immediatamente, la strinse al petto e singhiozzando amaramente scappò verso casa.

Vittorio Camacci

Nota dell’autore

” Lo Zanni ” o ” Lu Zann ” è una maschera tradizionale, tipica di due frazioni montane di Acquasanta Terme, usata come attrattiva principale del Carnevale storico dell’Alta Valle del Garrafo. Alcune fonti attestano l’origine di questa maschera nel 1.500 quando alcuni artigiani, i maestri comacini, bravi nell’arte di lavorare la pietra, scesero in queste terre dal Nord Italia alla ricerca di lavoro. Lo Zanni è una sorta di folletto dei boschi, una specie di Arlecchino nostrano. Il tipico Zann indossa : una coccarda munita di un velo nero che scende a copertura del volto, un’ asciugamani dietro la nuca ed una cartolina o foto della persona amata sulla sommita di un cappello a cono da cui scendono strisce di carta variopinta, un maglione e dei mutandoni bianchi, dei guantoni bianchi ornati da pon-pon, uno scialle per la spalla che si incrocia con l’altro all’ altezza del petto, uno scialle all’altezza della vita, un paio di calzettoni fino al ginocchio con dei pon-pon, un paio di scarpe d’epoca. ” Lu Zann” è armato di ” Staia ” , una spada di legno con decorazione libera. Il corteo degli Zanni è composto da suonatori di organetto e di cembalo, una coppia di sposi, la coppia diavolo-guardia. Dopo lo ” scandalo” il contratto prematrimoniale tra Ortenzio e Antonietta si estinse e la famiglia di Caterina emigrò in Canada. Caterina divenne un’imprenditrice nel settore delle pulizie, non si è mai sposata ed ogni anno torna in vacanza in Italia. Lei stessa mi ha raccontato questa storia ma ovviamente il suo vero nome è diverso.