In cerca di funghi – di Vittorio Camacci

Per gli abitanti delle città è difficile immaginare quello che succede nei paesini di montagna nel tempo dei funghi. La notizia della loro apparizione nei boschi, ora documentata con foto subito postata sui social, corre di casa in casa ed attira immediatamente non solo i mestieranti bisognosi, per i quali tale prezioso dono della natura vuol dire guadagnare qualche soldo, ma anche i dilettanti appassionati, che noi locali chiamiamo “pistamintuccia”. Persino le vecchine, che solitamente si lamentano degli acciacchi del tempo, davanti agli usci dei casolari, corrono con passo da marciatrici olimpioniche verso il bosco e ritrovano in quei pochi giorni un brio gioioso. Bisogna comunque dire che gli abitanti del paese apprezzano questa passione, perché essa ti permette di girare in lungo ed in largo nella natura, in perfetta libertà, a tu per tu con gli imprevisti e le difficoltà, senza essere comandati da altri uomini. Nel bosco non vi è distinzione : non esiste il ricco ed il povero, il potente ed il servo, il professore erudito e l’ ultimo della classe, lo scaltro e l’ ingenuo. Conta solo la bravura, la tenacia ed una buona dose di fortuna. La stagione dei funghi non ha regole fisse; può iniziare a giugno, come a luglio o anche ad agosto per proseguire in autunno. La si attende con ansia, guardando le lune del calendario, il cielo e studiando le previsioni metereologiche, sperando che la pioggia prima, e  le giornate di sole poi, vengano nei tempi giusti. Non a caso i funghi nascono e crescono a loro piacimento, a sorpresa, e sono quindi il frutto inatteso di una lunga ricerca a contatto con la selvatichezza, con l’ essenza della natura. L’andar per funghi è l’ avventura della resistenza, una forma di eternità. Andare alla loro ricerca è come entrare in una dimensione diversa, lasciarsi la civiltà alle spalle, tra luci e stormir di fronde, lungo sentieri che di solito non batte nessuno, in un oasi serena in cui ci si sente lontano dai dolori del mondo. Anch’io mi sono sempre più appassionato a questa ricerca, per tante ragioni : gli anni che passano, la necessità di avere un contatto con la natura, ma, soprattutto, perché l’ ansia della ricerca dei funghi non si è mai sopita in me. Mi attrae il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia, ne ho un bisogno vitale, mi colmano un vuoto che sento dentro quando mi trovo nelle città. Allora vado a funghi, con il mio cestino sottobraccio, il mio bastone e lo zainetto con la merenda. Sento l’afrore dei funghi già ad una certa distanza, o forse è solo la mia immaginazione. Un giorno c’era nebbia al di là del “Fosso de lù Ciuppite”, quel tipo di nebbia sottile ed evanescente che ti accarezza il volto e l’ anima. Con passo sicuro e veloce, nonostante la visibilità incerta, salii per il ripidissimo pendio che porta alla             “Pazzanzella” ed alla “Pasciarola”. C’era in me un’ euforia rara ed insperata quel mattino e mi sentivo sicuro di non tornare a casa con il cestino vuoto. ” Vai tranquillo”, mi dicevo : ” se non troverai funghi qui in basso salirai fin su la “Madonna dei Santi”, fino a “Lu Puije”. Ogni tanto arrestavo il mio cammino e mi mettevo in ascolto. C’era uno strano silenzio interrotto a tratti dai queruli e squillanti richiami degli uccelli. Ero tra secolari alberi di castagno, non c’erano felci piegate nè orme di scarpe, nessuno mi aveva preceduto. Ecco che vidi due porcini tra un ceppo di castagno ed un cerro, mi apprestai a raccoglierli quando sentii il grufolare di un cinghiale, alzai la testa e mi trovai davanti un enorme verro peloso, fermo, immobile, che invece di fuggire allargava le orecchie ed apriva la bocca, in segno di sfida, mostrando le sue enormi zanne bianche. Sentii che stava per caricare ed allora con un balzo felino mi arrampicai sul cerro. Abbracciai con tutta la forza il tronco e pregai la Vergine Maria della Neve non so quante volte. Infine abbassai lo sguardo a terra e mi accorsi che l’enorme cinghiale non c’era più. Scesi cautamente dall’albero ed iniziai a correre verso il fosso, verso la strada brecciata, verso la salvezza. Quel giorno tornai a casa senza un fungo, imbarazzato davanti allo sguardo stupito di mia madre, che mi chiedeva come avessi fatto a non trovare niente quando gli altri erano tornati con le ceste piene.

Vittorio Camacci

 

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