Natale tra le casette SAE – di Vittorio Camacci

Il mio amico Venanzio non aveva mai visto il mare, di conseguenza non si era mai tuffato tra le onde che saltano sulla spiaggia, schiumano e poi si ritirano. Quando giungemmo da sfollati a Porto D’Ascoli lo guardò per la prima volta in vita sua, lo toccò con la punta dello scarpone da montagna e si ritrasse immediatamente. ” Il mare è monotono ” mi disse : ” Non ha nessuna novità e finisce dove comincia il cielo là in fondo “. Pensai subito che aveva ragione, non è come le nostre montagne che dall’alba al tramonto offrono un paesaggio mutevole al cambiare delle stagioni , sprigionando un’armonica gradazione di colori. Il verde brillante dei boschi e dei prati a primavera che in autunno si colora di caldi toni, dal giallo all’arancio, dal rosso al magenta, con le fresche acque dei ruscelli che inventano cascate fiabesche sotto l’azzurro del cielo. Che dire poi della magica e frizzante atmosfera invernale , quando a Natale ci si può inerpicare per boschi innevati, su fino a dove il miracolo dell’acqua che sgorga disegna incantati cristalli di ghiaccio e gocce e arabeschi in un silenzio irreale. I suoi occhi brillavano, poi diventò inquieto, di colpo s’incupì, trasecolò, la sua faccia faceva trasparire un malessere che fece salire e rovesciare anche il mio stomaco, come un sacchetto di nylon sulla risacca. Guardammo di nuovo il mare che cominciava a calmarsi, sbattendo sugli scogli indolente, disordinato, con meno vigore. In silenzio ci voltammo verso la città a testa bassa, lentamente tornammo in albergo. Rividi Venanzio giorni dopo, prendemmo un caffè al bar, mi disse che rimpiangeva il cibo di montagna : il formaggio pecorino, l’agnello, il cinghiale, le tagliatelle ai porcini, le zuppe di legumi, la polenta con la salciccia, il miele e le marmellate, le castagne ed il vino cotto. Mi disse anche che non sopportava più il vivere in un albergo: ” Non voglio più mangiare e bere per vivere, ma vivere per mangiare e bere”, esclamò! Riuscivo a capire Venanzio, i suoi antenati erano stati boscaioli e carbonai, avevano dormito spesso all’aperto, sotto le stelle per sorvegliare la carbonaia; non avevano mai affittato un metro di spiaggia ma avevano avuto ettari di bosco da custodire, non avevano mai bevuto aperitivi negli chalet festosi ma acqua fresca di sorgente accarezzati dal vento, non avevano mai fatto il conto delle calorie ma avevano scaldato il cuore con i suoni della natura e con la fantasia. Gli diedi una pacca sulla spalla e lo salutai dicendogli : ” Che ci vuoi fare Venà ! Questo ci è capitato. Fatti coraggio ! ” . Per giorni non lo vidi più, qualcuno mi disse che si era lasciato il mare alle spalle, non aveva resistito al richiamo della montagna, non si fidava della città, quello che per altri sembrava una fortuna per lui era peggio di una trappola per topi. La mattina di Natale ho deciso di fare una corsetta tra le SAE, le nuove casette di legno del mio paese. Correvo leggero, senza fare rumore, tra l’odore del caffè e le grida dei bambini. Mi sono sentito chiamare : ” Vittò cumma va ? ” Mi giro era Venanzio : ” Corri anche a Natale , non ti stufi mai ? ” . Gli rispondo che la corsa è come una bella donna, ti emoziona e ti prende, ti regala piacevoli sensazioni e ti stanca ma poi il giorno dopo la desideri ancora. Venanzio abbozza un sorriso e mi dice sconsolato : ” Io di belle donne ne ho viste poche, quest’estate che potevo vederne tante non sono rimasto a Porto D’Ascoli . Qua avevamo una vita, avevamo una storia. ora ci hanno dato stè casette piene di difetti e di problematiche, intorno ci sono solo cinghiali, lupi e macerie. Ti ricordi Vittò quella tua vecchia poesia del viandante aggredito dai cani selvatici che provava a difendersi con i sassi ma non poteva perché erano attaccati al suolo dal gelo, e diceva : ” Questo è il paese dei disgraziati, dei cani sciolti, dei sassi attaccati ! ” Chi ci può risarcire di quello che ci ha rubato il terremoto ?” Su un prato erboso appena impiantato alcuni bambini chiassosi giocano a pallone. Un esiguo segnale di vita. Gli rispondo che quelli come noi non possono pensare al futuro, la nostra stella si sta spegnendo, noi siamo terremotati non siamo nè qui, nè lì, stiamo fermi come giù al mare. Ma quei bambini no, quelli hanno un futuro, dobbiamo lottare per loro. Il concerto di voci bianche e flauti, dei piccoli arquatani, al centro Polivalente di Pretare, è stata l’unica cosa bella di questo Natale. E’ un freddo mattino assolato, il Monte Vettore sotto un cielo azzurro è un’ incanto. Osservo una vecchietta dietro i vetri che sistema un mazzetto di vischio. Ora corro in maniera un po’ buffa, quasi non tocco la strada fresca d’asfalto, lascio una scia di orme smezzate, sono molto veloce , devo esserlo per sopravvivere. Ora sono fedele ai miei luoghi ma ogni tanto mi fermo a guardarmi indietro, come fanno i bambini. Purtroppo capisco anche che non posso permettermelo perché questo ora mi può essere fatale.

Vittorio Camacci

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La mia Amatrice-Configno di Vittorio Camacci

Dopo un anno dal terremoto ritorno dal Mare Adriatico, alla mia amata Amatrice, circondata da verdi monti coperti di fitte cortine di boschi, attraversando la feconda vallata del Tronto, su cui si affacciano paesini trasformati in cumuli di macerie, lo sguardo su quello che resta di loro è una spina nel cuore. Non posso percorrere la classica strada che dalla consolare Salaria conduce alla capitale dell’ Alta Sabina perché è impercorribile, allora attraverso il Lago di Scandarello e dal paesino di San Benedetto raggiungo la strada del percorso di gara, intorno al sesto chilometro e mezzo, per poi ridiscendere verso Amatrice.
E’ tempo di tornare indietro nel tempo per rivedere ciò che era e che non sarà più per noi che siamo passati da case in pietra e cemento a minuscole abitazioni prefabbricate, tutte uguali ed anonime, ubicate fuori dai centri abitati che ormai sono cumuli di macerie … e quando va bene sono case capovolte. Decido di non correre, mi tremano le gambe ed ho il fiato corto, prendo il primo bus navetta ed arrivo a Configno, piccolo scrigno su una collina, con il suo filare di querce. Qui sembra tutto come lo scorso anno, il grande prato con il palco al centro, la casina delle bruschette, il museo della civiltà contadina con un’enormità di oggetti del passato e gli antichi stornelli scritti sulla parete. Uno dice così: “C’è chi je feta il gallo la mattina, e guarda come è ingrata la fortuna, a mè me se lo magna la gallina ” ed un altro : ” La camminata tua me piace tanto perché cammini con il cor contento”.
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Sembrano raccontare le due Amatrice-Configno che ho visto correre nel pomeriggio, quella dei campioni africani che con il passo leggero ed implacabile hanno affrontato come sempre gli 8,5 chilometri d’asfalto, quasi tutti in salita, sospinti da un fresco vento di tramontana e quella dei tantissimi tapascioni e “bisonti” che si trascinavano sbuffando ed annaspando, dopo aver pagato 15 euro, verso un sognato piatto di amatriciana che avrebbero poi pagato altri 5 euro. Il 18enne ugandese Albert Chemutai a fine gara sfoggiava un sorriso a denti bianchi, per il secondo anno consecutivo saliva sul più alto gradino del podio in 24′ 55″. Con lui sorridevano anche il keniano Sammy Kipngetich ( 25′ 01″ ) e Victor Kiplangat ( 25′ 05″ ) rispettivamente secondo e terzo. Quel poco che hanno vinto dalle loro parti vale ancora qualcosa… loro manager permettendo. Dominio keniano anche al femminile con Jerop Vivian Kemboi ( 29′ 45″) davanti alla connazionale Adha Munguleya ( 31′ 05″ ) e la marchigiana Alessia Pistilli ( 32′ 32″ ). “Forza Amatrice ! ” gridavano in tanti scendendo verso casa … ma la sola forza non basta .
E’ andata in archivio nel migliore dei modi la 36^ edizione dell’ Amatrice-Configno , dedicata a Graziella D’ Alessio moglie del patron Bruno , recentemente scomparsa dopo una lunga malattia. Tra gli oltre 400 partenti da Corso Umberto I ha avuto la meglio il fresco campione mondiale dei 3.000 siepi Ezechiel Kemboi che ha battuto in volata il connazionale Wiliam Kibor, vincitore della passata edizione. Terzo l’ altro keniano Paul Tongik davanti al sorprendente marchigiano Gabriele Carletti, vice campione italiano di cross lungo. Anche al femminile si impone una rappresentante degli altipiani : Zeddy Jerop Limo brava ad anticipare in 28′ 42″ la polacca Viktorya Pohoryelska, anch’ essa vincitrice nel 2012. Ottima terza la rappresentante dell’ Esercito Giulia Francario. Tra i tanti amatori che si sono confrontati sull’ ostico tracciato montano di 8,5 chilometri , Daniele Troia ed Erica Michetti si sono aggiudicati il trofeo ” Run for G ” dedicato alla signora Graziella. Nel finale consueto maxi rinfresco con tanta frutta ed amatriciana a volontà per tutti hanno chiuso questo tradizionale evento. ( Classifiche complete sul sito TDS ).