In cerca di funghi – di Vittorio Camacci

Per gli abitanti delle città è difficile immaginare quello che succede nei paesini di montagna nel tempo dei funghi. La notizia della loro apparizione nei boschi, ora documentata con foto subito postata sui social, corre di casa in casa ed attira immediatamente non solo i mestieranti bisognosi, per i quali tale prezioso dono della natura vuol dire guadagnare qualche soldo, ma anche i dilettanti appassionati, che noi locali chiamiamo “pistamintuccia”. Persino le vecchine, che solitamente si lamentano degli acciacchi del tempo, davanti agli usci dei casolari, corrono con passo da marciatrici olimpioniche verso il bosco e ritrovano in quei pochi giorni un brio gioioso. Bisogna comunque dire che gli abitanti del paese apprezzano questa passione, perché essa ti permette di girare in lungo ed in largo nella natura, in perfetta libertà, a tu per tu con gli imprevisti e le difficoltà, senza essere comandati da altri uomini. Nel bosco non vi è distinzione : non esiste il ricco ed il povero, il potente ed il servo, il professore erudito e l’ ultimo della classe, lo scaltro e l’ ingenuo. Conta solo la bravura, la tenacia ed una buona dose di fortuna. La stagione dei funghi non ha regole fisse; può iniziare a giugno, come a luglio o anche ad agosto per proseguire in autunno. La si attende con ansia, guardando le lune del calendario, il cielo e studiando le previsioni metereologiche, sperando che la pioggia prima, e  le giornate di sole poi, vengano nei tempi giusti. Non a caso i funghi nascono e crescono a loro piacimento, a sorpresa, e sono quindi il frutto inatteso di una lunga ricerca a contatto con la selvatichezza, con l’ essenza della natura. L’andar per funghi è l’ avventura della resistenza, una forma di eternità. Andare alla loro ricerca è come entrare in una dimensione diversa, lasciarsi la civiltà alle spalle, tra luci e stormir di fronde, lungo sentieri che di solito non batte nessuno, in un oasi serena in cui ci si sente lontano dai dolori del mondo. Anch’io mi sono sempre più appassionato a questa ricerca, per tante ragioni : gli anni che passano, la necessità di avere un contatto con la natura, ma, soprattutto, perché l’ ansia della ricerca dei funghi non si è mai sopita in me. Mi attrae il profumo dei boschi ancor umidi di rugiada o intrisi di pioggia, ne ho un bisogno vitale, mi colmano un vuoto che sento dentro quando mi trovo nelle città. Allora vado a funghi, con il mio cestino sottobraccio, il mio bastone e lo zainetto con la merenda. Sento l’afrore dei funghi già ad una certa distanza, o forse è solo la mia immaginazione. Un giorno c’era nebbia al di là del “Fosso de lù Ciuppite”, quel tipo di nebbia sottile ed evanescente che ti accarezza il volto e l’ anima. Con passo sicuro e veloce, nonostante la visibilità incerta, salii per il ripidissimo pendio che porta alla             “Pazzanzella” ed alla “Pasciarola”. C’era in me un’ euforia rara ed insperata quel mattino e mi sentivo sicuro di non tornare a casa con il cestino vuoto. ” Vai tranquillo”, mi dicevo : ” se non troverai funghi qui in basso salirai fin su la “Madonna dei Santi”, fino a “Lu Puije”. Ogni tanto arrestavo il mio cammino e mi mettevo in ascolto. C’era uno strano silenzio interrotto a tratti dai queruli e squillanti richiami degli uccelli. Ero tra secolari alberi di castagno, non c’erano felci piegate nè orme di scarpe, nessuno mi aveva preceduto. Ecco che vidi due porcini tra un ceppo di castagno ed un cerro, mi apprestai a raccoglierli quando sentii il grufolare di un cinghiale, alzai la testa e mi trovai davanti un enorme verro peloso, fermo, immobile, che invece di fuggire allargava le orecchie ed apriva la bocca, in segno di sfida, mostrando le sue enormi zanne bianche. Sentii che stava per caricare ed allora con un balzo felino mi arrampicai sul cerro. Abbracciai con tutta la forza il tronco e pregai la Vergine Maria della Neve non so quante volte. Infine abbassai lo sguardo a terra e mi accorsi che l’enorme cinghiale non c’era più. Scesi cautamente dall’albero ed iniziai a correre verso il fosso, verso la strada brecciata, verso la salvezza. Quel giorno tornai a casa senza un fungo, imbarazzato davanti allo sguardo stupito di mia madre, che mi chiedeva come avessi fatto a non trovare niente quando gli altri erano tornati con le ceste piene.

Vittorio Camacci

 

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Altro che Lepanto… la vera storia della bandiera ottomana di Spelonga – di Vittorio Camacci

Il Mediterraneo è sempre stato un grande bacino di contrasti e scambi. Con la conquista di Costantinopoli, da parte degli ottomani, si delineò per tutto il XVI secolo, una divisione di fondo tra due grandi aree portatrici di valori culturali e religiosi differenti, la mussulmana e la cristiana. Su entrambi i fronti non vi è imbarcazione, né località rivierasca che possa sentirsi sicura da improvvise aggressioni da parte di navi nemiche. La guerra diviene un fatto permanente. Le numerose ” Guerre D’ Italia “,della prima metà del 1.500, avevano minato il tessuto sociale dello Stivale ed in tutto il secolo si erano avuti solo dieci anni di pace completa. Ancora oggi lungo le coste mediterranee si possono scorgere torri erette a difesa delle scorrerie dei soldati mussulmani. Quasi tutte furono costruite nella seconda metà del XVI secolo e furono la difesa più immediata dei litorali. Chi veniva fatto prigioniero dei barbareschi poteva essere destinato ai remi nelle galere. Identica sorte poteva toccare ai prigionieri che finivano sulle galee della Serenissima. Un uomo, veniva incatenato ad un remo insieme ad altri quattro o cinque prigionieri. come nutrimento riceveva qualche biscotto ed una manciata d’ orzo, come bevanda acqua mista ad aceto, con qualche goccia d’ olio. Tra le file dei rematori correva una passerella longitudinale lungo la quale camminavano due ” comiiti ” , nostromi armati di una lunga frusta che facevano schioccare sul dorso di quelli che non remavano. Non si viveva a lungo come rematori. Sconfiggere i turchi nella Battaglia di Lepanto non era bastato a Venezia per ritornare ad essere dominatrice del mare. Uno dei suoi problemi, forse quello più fastidioso, era la continua presenza, tra le coste dalmate delle piccole imbarcazioni uscocche, indifferentemente che fossero brazzere o fuste, manovrate da degli ” strani ” corsari, che malgrado fossero di fede cristiana attaccavano e depredavano indifferentemente navi turche, venete e pontificie. Quella degli uscocchi è una storia messa a tacere e dimenticata. Occupa un breve spazio nel grande mosaico dei traffici e dei conflitti che nel XVI secolo hanno avuto luogo nel mare Adriatico. Estranei agli intrighi politici delle potenze europee, propense a raggiungere compromessi piuttosto che condurre una lotta ad oltranza con i turchi. Essi condussero audacemente una lotta crudele e violenta contro l’ Impero Ottomano con religiosa fede cattolica ed amor di patria. Appartenevano un po’ a tutte le popolazioni balcaniche fuggite di fronte all’ avanzata della Sublime porta. Portavano con se il dolore della patria lasciata e l’ odio più implacabile contro coloro che li avevano privati di essa. Negli ultimi anni del 1.500 le incursioni degli Uscocchi si fecero sempre più frequenti ed interessarono tutte le coste della Croazia, mettendo in pericolo la navigazione ed il potere sul mare di Venezia. Infatti essi odiavano anche i Veneziani, perché interessati alla ripresa dei commerci, dopo la vittoria di Lepanto, preferirono intavolare trattative con gli ottomani. Il Golfo di Venezia non divenne così un mare tranquillo, come desiderava la Serenissima, ma fu sconvolto dalle scorrerie dei corsari uscocchi protetti e finanziati dagli arciduchi d’ Austria che così frenavano l’ avanzata turca e contrastavano il dominio veneto. Gli uscocchi erano abilissimi marinai che agivano su imbarcazioni lunghe e sottili, facilmente manovrabili negli stretti bracci di mare che costellavano la costa dalmata. Armati di asce, coltellacci, pugnali ed archibugi erano così veloci che era credenza di allora che essi avessero il vento ed il diavolo dalla loro parte. Le loro barche erano dipinte di rosso, il colore del sangue, della vita, dell’ ardimento e di nero, il colore delle tenebre e della morte. Difficilmente un uscocco moriva nel proprio letto. Per Venezia erano una peste da debellare e così cominciò la guerra tra ” il leone veneto e la zanzara dalmata “. Così la Serenissima usò contro di loro ogni mezzo anche soldati di ventura, avanzi di galera, banditi delle Puglie, dello Stato Romano o del Veneto. Intanto a Roma, stufo dei soprusi e delle angherie perpetrate dalla banda di Marco Sciarra, della quale facevano parte anche alcuni spelongani, il Papa Clemente VIII , nella primavera del 1592 riuscì a mettere insieme un forte esercito, sotto il comando di Giovanni Francesco Aldobrandini e di Flaminio Delfino. Vistosi circondato Marco Sciarra decise di accettare l’ offerta di mettersi con i suoi al servizio della Repubblica di Venezia. Alla fine di maggio dello stesso anno, ormai soldato di ventura e non più ” Re della Campagna “, s’ imbarcò con cinquecento compagni su due galee veneziane a Civitanova diretto nel Veneto dove non si sa per quale motivo od intrigo sequestrò insieme ai suoi luogotenenti Battistella e Brandimarte Vagnozzi, il vescovo di Carsula ed il colonnello Conte Pietro Galbuzio, lo stesso che aveva assoldato Sciarra per conto di Venezia. Allora Clemente VIII protestò violentemente con La Serenissima esigendo che gli venissero consegnati i banditi che avevano spadroneggiato per sette anni nelle terre della Chiesa. La Repubblica di Venezia inviò allora a Roma l’ ambasciatore Leonardo Donato per convincere il Papa, con l’ aiuto dei cardinali Valieri e Morosini, a desistere dalla richiesta datosi che Sciarra, ormai soldato di ventura, aveva fatto giuramento militare, quindi per tradizione e per fede pubblica sarebbe stato di pessimo esempio venir meno a questa consuetudine cavalleresca della parola data. Ma Clemente VIII fu intransigente e Venezia dovette cedere alle sue richieste. Ignara di tutto ciò , la comitiva di Marco Sciarra, presidiava l’ isola d’ Arbe, con i suoi bellissimi quattro campanili e le spiagge sabbiose, l’ ex-brigante abruzzese appena ricevuto quest’ incarico ebbe modo di mettersi in luce come sempre con un gesto d’ audacia e di valore personale. La sua galea era da due giorni alla fonda al largo dell’ isola quando il capo uscocco Jurissa Sucich armò subito una fusta veloce, bassa di fianchi ed agile nella manovra e puntò parancando i diciotto remi e la polaccona spiegata a prua contro la nave veneziana. Jurissa arringò gli uomini: ” ognuno al momento dell’ arrembaggio faccia per se, non c’è tempo per la pietà e la misericordia, se qualcuno cade ferito gravemente si rassegni “. L’ ordine perentorio è gettare i corpi ingombranti in mare. La conclusione è scontata si finirà all’ arrembaggio , con un combattimento all’ arma bianca, corpo a corpo. I pirati uscocchi erano molto feroci, con grandi qualità guerresche ed un bel portamento : figure snelle e statuarie, vestivano vistosi mantelli e gilet rossi con berretti porpora o neri di foggia ungherese. Avevano i baffi e la barba per incutere paura ed ammirazione. Erano lesti ed agili nel correre e si muovevano ad agio anche sulla terraferma. Insomma somigliavano enormemente ai loro contrapposti venturieri. Marco Sciarra osservava tutto questo a prua della galea veneziana mentre Jurissa Sucich teneva il timone di poppa della fusta uscocca, colorata di rosso e di nero, che radeva gli scogli aguzzi ed evitava zigzagando le bordate dell’ artiglieria della nave veneziana. La fusta imboccò lo stretto corridoio che divideva lo sperone di un promontorio dalla nave di Sciarra che era sempre all’ ancora. Quindi, una volta sottobordo , gli uscocchi gettarono i grappini d’ arrembaggio. Jurissa non fece ammainare la vela e urlò ai rematori di dare ” lo strappo “. La manovra riuscì e i corsari uscocchi si scagliarono all’ arrembaggio con i coltellacci e le asce in pugno. Marco Sciarra ed i suoi li accolsero con una scarica di moschetti dopo il quale iniziò un violento combattimento corpo a corpo. Marco si gettò coraggiosamente nella mischia sanguinosa , venne ferito ad un braccio, ma gettato il guanto di cuoio si legò un cencio alla ferita e con la sua daga in pugno attese Jurissa Sucich per la sfida finale. I due si guardarono studiandosi mentre tutti gli altri formavano un cerchio intorno a loro. Avevano entrambi una cicatrice sulla guancia destra, Marco era ormai un soldato di ventura esperto di artiglierie, moschetti, archibugi, armi bianche e macchine da guerra, il capo uscocco non era da meno. I due rimasero immobili e guardandosi negli occhi capirono il loro stesso destino. Poi, all’ unisono, con un breve cenno del capo stabilirono un legame indissolubile. rifoderarono le armi e con un gesto della mano fecero cessare le ostilità tra i compagni d’ arme. Erano entrambi cristiani e condividevano la medesima sorte di sfollati in terra straniera, il loro arguto istinto gli aveva fatto comprendere, da uno sguardo, il destino che li accumunava. Più tardi si scambiarono dei doni e Jurissa omaggiò Marco di una bandiera ottomana strappata, alcuni mesi prima in combattimento, dal pennone di una galera turca della flotta di Telli Hasan Pasha. Quella fu la prima ed ultima volta che si videro, alcuni giorni dopo il Doge intimò a Marco Sciarra di trasferirsi a Candia ( l’ odierna Creta ) per rimpiazzare le truppe decimate dalla peste. Fiutato l’ inganno i venturieri si rifiutarono di eseguire l’ ordine ed allora furono attaccati da forze preponderanti comandate dallo spietato inviato della Serenissima Ermolao Tiepolo. ” Impares numero, cum obsistere non possent, legato se dedidere ” , insomma dovettero arrendersi . Sedici furono giustiziati, un centinaio mandati alle galere o al remo. Sciarra ancora una volta riuscì a fuggire e con alcuni compagni, tra cui lo spelongano Carlo Toscano detto ” Beccafumo ” , rubò un’ imbarcazione raggiungendo Senigallia. Riuscì ancora a mettere insieme ancora un centinaio di uomini, ma la fortuna gli aveva voltato le spalle. Aveva perso lucidità, audacia e carisma. Pochi erano i furti ed i rapimenti che riusciva a mettere a segno, magri i proventi delle sue scorribande. Non si fidava più di nessuno e dormiva ogni notte in un posto diverso. Uno degli ultimi giorni della sua vita, lo passò nella casa di Carlo Toscano a Spelonga, sentendosi ormai braccato si separò dal paese che gli aveva dato ospitalità sicura facendogli un ultimo dono per premiare la sua fedeltà : la bandiera turca che Jurissa Sucich aveva strappato dalla nave di Telli Hasan Pasha. Pochi giorni più tardi fu Moretto, un giovane servo di origine teramana che sorvegliava i suoi riposi notturni a rivelare la sua fine : fu ucciso a tradimento, nel sonno, mentre tentava di raggiungere la donna amata, dai suoi luogotenenti più fedeli Battistello da Monte Guidone e Brandimarte Vagnozzi di Porchia che gli tagliarono la gola sul Colle della Croce nei pressi di Ascoli Piceno guadagnandosi così, con questo ignobile tradimento, il perdono e la grazia del Papa.

Vittorio Camacci

Primavera tra assurdità e macerie – di Vittorio Camacci

E’ una bella giornata, con qualche nuvoletta nel cielo azzurro, mani in tasca faccio un giro in quello che resta del mio villaggio. Il Vettore sulla sinistra è ancora coperto di neve. L’ abitato sembra deserto, sfioro vecchie mulattiere sepolte da inestricabili rovi, osservo alcune case già demolite ed altre messe in sicurezza, migliaia di euro in travi, tavole ed acciaio per salvare case ormai collassate ed inutili. Passo vicino a vecchi orti abbandonati, mi accorgo di non essere più capace a distinguere il canto degli uccelli che proviene dal folto della vegetazione intorno al paese. Cosa sono ? Fringuelli, allodole, merli. Da piccolo con i miei amici vagabondavo tra i boschi per scovare i nidi, i più preziosi erano quelli della pica, e seguire l’ evoluzione della cova. Ecco il mio orto, l’ erbetta umida luccica sotto il sole. Tra poco sarà ora di zappare e sarchiare con cura, addolcendo il terreno con la cenere del focolare ed il letame della stalla. Mi piace far diventare una manciata di piccoli semi, attraverso le regole della terra e del cielo astronomico, pomodori, fagioli, fagiolini, melanzane, peperoni, zucchine, aglio,cipolle, zucche e verdure oltre alle immancabili patate di montagna. A volte nei giorni di luminosa foschia, quando la luce del sole sembra sbucare dal nulla, esamino le piantine che crescono e guardo gli alberi da frutto. Quanti giorni mancano alla luna nuova ? Quanti danni ha fatto il gelo ? Quanto valore ha questa fioritura ? Come saranno quest’ anno le erbe spontanee e quelle commestibili ? Quanti e quali funghi troveremo tra i boschi ed i prati ? So di non conoscere i nomi di tutte le erbe , di tutte le piante e nell’ aria del pomeriggio inoltrato rimango immobile con gli occhi concentrati sul prato dove le margherite ed i ” dente di leone” all’unisono schiudono i loro fiori bianchi e gialli tra l’indaco dei minuscoli ” non ti scordar di me “. All’ improvviso rivedo l’ immagine sfocata di mio padre affilare i bordi scalfiti ed arrugginiti della falce con la pietra da cote. Falciava, di solito, nel primo mattino, lentamente, alzando lo sguardo verso l’ orizzonte di tanto in tanto. il mio papà amava falciare e quando l’erba era ormai secca la mamma l’ammucchiava con il rastrello in lunghe file e poi con la forca formava dei mucchi arrotondati. Io ed i miei fratelli l’aiutavamo a trasportarla nel fienile con le reti. Adoravo sdraiarmi spensierato sul fieno fresco, caldo e profumato. A tavola mio padre sorseggiava, tra un boccone e l’ altro il vino pecorino da lui prodotto nei suoi filari e nelle sue pergole. Nella vigna era sempre allegro e custodiva gelosamente i suoi tralci. li potava, li ” scacchiava “, gli soffiava lo zolfo e gli spruzzava il ramato con la pompa di rame a spalla. Durante la vendemmia diventava nervoso ed eccitato e ci impartiva ordini categorici fino a quando non vedeva il mosto versato nella botte. Se uno viene oggi nel mio paese lo trova distrutto e semi-abbandonato ma quando ero bambino era tutto diverso. Gli anni cinquanta e sessanta erano stati prolifici dal punto di vista demografico ed io avevo tanti compagni di giochi, tutti con un soprannome e tutti originali. Metà dei quali c’è li aveva affibbiati un ometto simpatico della ” Villa ” detto Ciancò. Ricordo centinaia di partite a pallone, lo scambio delle figurine e dei punti a premio, le lotte per ” servir messa ” e per la ricerca delle fascine che servivano a metter su il ” focaraccio di Sant’ Agata, le battute estive alla ricerca di alberi da frutto e le discese verso Arquata per il bagno al fiume. Emulavamo gli eroi dei fumetti, a volte buoni a volte cattivi : Zorro, Tarzan, Zagor, Cico, Tex, il Comandante Mark, Mister No. Tutto fino a quando mia madre mi richiamava. La voce della mia mamma giovane era bella e forte, somigliava al suono dell’ acqua di un ruscello che scorre tra le valli, sulle spalle fronzute dell’ Appennino. A casa c’ era sempre la merenda pronta : o la crema pasticcera, o la crema al cacao, o la ricotta con lo zucchero o le bruschette. Tutte le sere c’era una festa da qualche parte, ci andavamo con i motorini. A Pretare, Piedilama, Arquata, Colle, Capodacqua, Pescara, Acquasanta Terme che già da giugno erano pieni di giovani che durante le vacanze estive preferivano venire a vivere con i nonni al fresco. Era il mio tempo delle mele, i primi ” lenti ” ai bordi delle piazzette, i primi amori nei fienili. Era finito, per me, il tempo in cui timoroso di perdermi, stringevo la mano di mio padre tra le vie caotiche di Acquasanta Terme piene di decine di venditori ambulanti accorsi per la festa di San Giovanni. Facevamo il bagno nell’ acqua sulfurea, bianca e lattiginosa, della grotta sotterranea, sotto la volta opaca. Poi se a mio padre avanzavano dei soldi, dopo aver fatto la spesa, mi comprava un giocattolo che io riportavo trionfante in paese per sfoggiarlo davanti ai miei amici. Le domeniche erano bellissime perché il pomeriggio dopo pranzo ci riunivamo davanti al bar de ” Lu Vecchiò ” ad ascoltare le partite alla radio. Quando l’ Ascoli giocava in casa, con tre o quattro automobili diverse, piene zeppe, partivamo per lo stadio del capoluogo di provincia. Era l’ Ascoli dei miracoli, quello di Rozzi, di Mazzone, di Renna. La passione era vera e genuina, l’ atmosfera nello stadio era calorosa e popolare. giorni che non torneranno più… Ora è tutto cambiato. L’ altro giorno la Onlus con la quale collaboro ha donato Bonus Bebè e borse all’ imprenditoria giovanile. Nella sala del comune provvisorio l’ atmosfera era densa di un imbarazzo palpabile. Qualcosa non andava per il verso giusto ma non era quello a preoccuparmi. Io pensavo ad altro. Ormai è sera inoltrata, la luna piena comincia a muovere ombre. Sento il paese addormentarsi sul fianco della Civita. Mi siedo su un sedile di pietra consunta a fianco di due vecchine ad ascoltare vecchie storie di paese e mi accorgo che è la cosa che ora amo più al mondo …

Due cani nella bufera – di Vittorio Camacci

Nell’ odierna società si vive soli, anche se si è continuamente immersi nella confusione della massa; infatti se ci guardiamo attorno vediamo solo gente indaffarata che non ha più tempo da perdere, che non ha voglia di dar retta a nessuno, presa dal vortice della frenesia e dell’ insoddisfazione. Basta fermarsi un attimo ed ecco che ci rendiamo conto di essere superati, a volte anche con modi bruschi, da chi ci sta attorno perché con i nostri pensieri e le nostre perplessità intralciamo il loro cammino. Viviamo nell’era delle certezze sbandierate, delle conquiste scientifiche, ma poi nel nostro intimo sentiamo tutto il peso delle ambiguità che ci circondano, senza punti di riferimento, in preda ad una concorrenza che ci divide gli uni dagli altri in un’ innaturale lotta fratricida. Sconosciuti che lottano eternamente tra loro per il proprio personale e meschino interesse individuale. Invece bisogna guardarsi indietro, per prendere ispirazione ed insegnamento, per prendere forza e coraggio, per avere la consapevolezza di far parte di un grande disegno che parte dalle tradizioni dei nostri avi e della nostra famiglia. Essa è infatti l’antidoto migliore per affrontare la vita moderna e per difendersi dalla solitudine, dalle inquietudini e dalle insicurezze. Questa è la lezione che viene dal mondo antico, dove regnava la semplicità, dove ci si accontentava dell’ essenzialità e non c’era una grande separazione tra il mondo reale ed il mondo ultraterreno : “Noi siamo solo nani arrampicati sulle spalle di giganti “. Più di cento anni fa, nel 1916, un ragazzone di Colle d’ Arquata, di nome Pietro, era lontano dal suo paese chiamato al fronte per combattere contro il nemico d’ oltralpe. Da mesi viveva, suo malgrado, nelle trincee sul fronte del Grappa, tra pioggia, neve e fango, in un’ assurdo freddo pungente. Pietro era abituato alle fatiche, sopportava bene anche il freddo, temprato dalla dura vita di allevatore e boscaiolo e dai lunghi inverni che caratterizzavano allora anche l’ abitato di Colle. Ma il gelo della trincea acuito dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di igiene e di riposo, avevano fatto nascere nel suo cuore una profonda nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia. Era stato richiamato alle armi nel maggio dell’ anno precedente e da allora non era più tornato a casa. Erano passati quasi nove mesi ed il Natale lontano dalla famiglia gli aveva provocato un’ enorme dolore. A casa, c’ erano la moglie ed un bimbetto di due anni che lo pensavano giorno e notte pregando la Madonna del Chiarino perché lo proteggesse e lo facesse tornare sano e salvo. Nella tasca interna della giacca conservava religiosamente le uniche due lettere, scritte dal curato, ricevute dalla moglie che non sapeva scrivere. Per lui quei pezzi di carta erano un’ autentico tesoro che stringeva nelle mani quasi sempre e che di tanto in tanto si faceva rileggere dal caporale. Finalmente dopo tanto penare, arrivò una licenza, guadagnata con un’ atto di valore contro il nemico. Pazzo di gioia, per la licenza premio di 15 giorni, Pietro partì da Monfalcone con la prima tradotta per il sud. Viaggiò per tutta la notte, su sedili di legno, senza chiudere occhio ed in preda ad un’ ansia trepidante. Dopo una sosta a Bologna, il convoglio proseguì per Rimini, Ancona per fermarsi quasi all’ alba a San Benedetto del Tronto. Pietro trovò la stazione quasi deserta ed un addetto ai bagagli gli comunicò che sulle colline dell’ interno aveva nevicato, fortunatamente fuori trovò un vecchia carrozza a cavalli che lo portò fino ad Ascoli Piceno. Mentre risaliva la Salaria il freddo diventò sempre più pungente e neanche il pesante cappotto militare sembrava scaldarlo. Ascoli Piceno era coperta da un lieve manto bianco e non trovò nessuna carrozza che avrebbe potuto portarlo sui monti. Questo non lo spaventò, era abituato a camminare a piedi e così decise d’ incamminarsi, attraversando Porta Romana, per la Vecchia Salaria senza perdere altro tempo. L’ aria rigida ed il freddo vento di tramontana lo spinsero ad affrettare il passo mentre sentiva il sangue pulsare forte nelle vene riscaldandogli tutto il corpo. All’ altezza di Taverna Piccinini lo raggiunse un carrettiere che risaliva verso Accumoli dopo aver trasportato un carico di patate in città. Il cielo era diventato grigio e minaccioso, non promettendo nulla di buono, Pietro conosceva l’ uomo e approfittò volentieri del passaggio fino ad Arquata. Giunsero sopra Porta Sant’ Agata che era pomeriggio inoltrato, il soldato ringraziò il carrettiere e con lo zaino in spalla ed una gioia incontenibile nel cuore si affrettò a discendere verso la passerella sul fiume Tronto con la neve che cadeva a fiocchi. Attraversata Spelonga, mentre affrontava la salita de ” Lu Crafemuse” dopo il ponte di Piumbanare, il vento cambiò direzione soffiando da nord-est. La neve divenne sempre più fitta, sottile ed appiccicosa, sollevandosi in turbini che impedivano la visuale. Dopo le prime difficoltà, pensò di tornare verso Spelonga ma contando sulla sua giovinezza e sulla sua testarda determinazione di riabbracciare i suoi cari decise di proseguire ma la tormenta lo avvolse in un chiarore opaco, serrato che gli impediva di vedere anche ad un metro di distanza. Ben intabarrato nel pastrano e con i piedi abbastanza caldi negli scarponi, con le strette fasce dei gambali che gli proteggevano gli stinchi, Pietro sperò di vincere il freddo ma sentiva il suo respiro diventare affannoso mentre le folate gelide gli chiudevano gli occhi costringendolo a camminare a testa bassa. Il passo cominciò a vacillare perché i suoi piedi affondavano nella neve ed egli sopra le Piane non ebbe più alcun punto di riferimento. Cominciò a pregare San Silvestro e la Madonna del Chiarino, pensando a come sia facile morire mentre ricordava tutti quei compagni che aveva visto cadere negli assalti alle linee nemiche maciullati dalle bombe e dalla mitraglia. Ora qui, a pochi passi da casa, il silenzio faceva più paura dello strepitio delle armi sul fronte, qui c’era solo il sibilo della bufera che lo faceva sprofondare nel bianco della neve infida e traditrice. Non riusciva più ad orizzontarsi , si muoveva sempre più lentamente mentre la disperazione diventava rassegnazione e nel suo cervello balenava implacabile l’ idea di lasciarsi andare. La sofferenza cresceva ad ogni passo e lui sentiva perdere il peso del suo corpo rifugiandosi in un piacevole e strano torpore che invadeva le sue membra. Stava quasi per chiudere gli occhi quando si sentì spingere alle spalle da qualcosa di pesante tanto da perdere l’ equilibrio e cadere nella neve faccia in avanti. Alle sue spalle sente un mugolio prolungato insieme ad un’ alito caldo e sbuffante, si girò alzandosi su di un gomito e vide un grosso cane bianco che lo stava leccando con guaiti festosi. Non era solo, accanto aveva un altro cane che lo guardava con i suoi grandi occhioni mansueti : erano due bei pastori abruzzesi, un maschio ed una femmina, che lo fissavano con simpatia e con movimenti della testa lo esortavano ad alzarsi. Gli animali sembravano aver capito il pericolo e fiutando l’ aria più volte si avviarono scodinzolando in direzione trasversale al vento. Il maschio andava avanti aprendo la strada mentre la femmina stava al suo fianco sinistro permettendogli, talvolta, di appoggiarsi al suo dorso nei momenti di maggiore difficoltà. La luce del giorno cominciava a scemare e la paura tornò ad impossessarsi della mente di Pietro ma lui continuò a camminare a testa bassa ed ad un tratto si ritrovò di nuovo solo. Chiamò i cani e non avendo riscontrò scoppiò a piangere sentendosi di nuovo perso. Dopo un po’ rialzò il viso con lo sguardo spento, senza più speranza, ma davanti a se vide qualcosa di scuro che si faceva notare in tutto quel chiarore. Era il portale della chiese di San Silvestro. ” Colle ! Sono arrivato a Colle ! ” Cominciò ad urlare con quanto fiato gli era rimasto in gola. Lo scosse solo il suono della campana che suonava il vespro, la fine di una giornata, la fine di un incubo. Dopo aver abbracciato la moglie ed il figlioletto venne a sapere che i suoi anziani genitori erano morti nell’ incendio della loro casupola una settimana prima, corse in mezzo alle stradine innevate, cercò i due cani in tutto il paese ma nessuno possedeva due cani simili. ” Mamma e papà mi hanno salvato! ” Diceva a tutti : ” loro mi avevano messo al mondo e loro mi hanno dato questa nuova vita. Erano due anime in ascesa tramutatesi nelle sembianze di cane per fare un’ ultimo gesto d’amore salvando la loro discendenza “.

Vittorio Camacci

Tra i filari di pecorino – di Vittorio Camacci

Desiderio era un contadino gentile ed affabile di Trisungo, buono come il pane ed attaccato alla terra ed alle tradizioni. Rimasto vedovo a quarant’anni, con due figlie piccine, coltivava una grande vigna assolata tra i sassi enormi ruzzolati dalla montagna che di giorno assorbivano il calore del sole estivo e la notte mantenevano, almeno fino alle prime ore della sera, il tepore riuscendo a far maturare i grappoli anche in questi posti di montagna. Da tempo immemore la sua famiglia viveva con i proventi della vigna, coltivandola con gesti e rituali tramandati da padre in figlio e che culminavano con la vendemmia, vissuta come un momento di grande gioia, un rituale antico ed affascinante che dava origine al ” vino pecorino”, nettare della vite di montagna che accompagnava sempre i momenti lieti e sacri dell’uomo. Quell’anno Desiderio si era dato molto da fare, diviso tra le faccende domestiche, la cura delle sue bimbe e il duro lavoro tra i filari della vigna. Arrivò a fine settembre stanco, spossato e quando gli acini raggiunsero il giusto grado di maturazione pensò che il bel tempo non sarebbe durato a lungo ed in un giorno asciutto chiamò alcune vicine di casa per la raccolta dei grappoli. Tra queste c’era una giovane minuta e di bell’aspetto che si chiamava Giacomina, molto giudiziosa e rispettosa ma ” chiacchierata ” per via di alcune storielle adolescenziali e per questo ancora zitella. Le ragazze si presentarono all’aurora, salendo l’erta e parlottando tra loro, quando la ” guazza” cominciava ad evaporare verso il cielo colorato d’azzurro. Si misero subito a lavorare canticchiando mentre recidevano con esperienza i grappoli gialloverdi sul nodo che si trovava in mezzo al gambo. Desiderio ritrovò un abbozzo di sorriso e allietato da tanta giovinezza cominciò a darsi da fare per aiutare le ragazze ha svuotare le ceste colme nei tini. Attratto da Giacomina che con i suoi fianchi snelli, ” sculettava” tra i filari, più volte le sfiorò le mani cercando un contatto al quale la fanciulla furbescamente non si sottrasse, facendo scattare nella povera mente del vedovo chissà quali fantasie. Quando i tini furono colmi, Desiderio con il suo mulo, cominciò a carreggiarli fino alla vasca di pigiatura della sua cantina in paese. Nel tragitto cantava per l’allegrezza delle vecchie serenate d’amore : ” Ve do la bona sera colombella, magnato avete zucchero e cannella, tu sei regina in mezzo ai Dei, e già consumi gli occhi miei…”. Sulla strada incontrò il compare Battista, rimasto stupito da tanta felicità che non si addiceva ad un vedovo, pronto a ribattergli in canto : ” L’uccello in gabbia se non canta per amor canta per rabbia “. ” E’ vero cumpà… e vero ! ” rispose Desiderio spronando la mula con una sculacciata. Quando tornò alla vigna era passato mezzogiorno, scaricò dal basto la bisaccia nella quale aveva riposto la colazione : pane, pizza, formaggio, prosciutto ed uova sode. Si sedettero all’ombra di un grande masso, stendendo a terra una tovaglia quadrettata. Desiderio e Giacomina si scambiavano occhiate tra i bocconi ma la ragazza ebbe sempre l’accortezza di abbassare lo sguardo di tanto in tanto per dimostrare poca sfacciataggine. Desiderio aveva capito tutto e pensava anche alle sue bambine rimaste orfane. Gli occhi verdi di Giacomina si erano impossessati dei suoi ma nei successivi giorni di vendemmia mantenne una certa dignitosa distanza. Anche gli amici ed i vicini ormai avevano capito e gli consigliarono una serenata per sciogliere la sua timidezza ed avere il coraggio di dichiararsi. Una sera di fine ottobre si recarono sotto la finestra di lei, accompagnati dall’organetto, cantando : ” io so venuto, bella alle tue porte, qui c’è la donna che mi fa felice, cacciatevi i cappelli tutti quanti, qui c’è una regina imperatrice” . Giacomina, pazza di gioia, rispose accendendo la lampada a petrolio come segno dell’accettazione e gli amici continuarono a cantare felici insieme a Desiderio : ” Sto core appassionato te saluta, alza i tuoi bei capelli e non dormire, tu sei nà volpe dalla coda astuta, quante parole che t’avrei da dire “. Comunque prima di risposarsi, a Desiderio toccò sorbirsi ” una scampanata” , che era una serenata alla ” rovescia”, fracassona e stonata, destinata ai vedovi ed alle coppie con molta differenza d’età ed una ” incamata ” da uno che Giacomina non aveva voluto. Non essendo ” sciampagnò ” e ” m’briacò “, Desiderio fu ben accetto dalla famiglia della ragazza , fu preparata la ” stima del corredo” e Giacomina ricevette come pegno d’amore una collana di corallo e due orecchini d’oro. i due innamorati ebbero una buona vita, per quello che i tempi consentivano, la loro vigna gli consentì una dignitosa esistenza fatta di sudore e fatica ma anche di piccole soddisfazioni come quella di veder crescere i propri figli educati ed appassionati della tradizione viticola.

Mi trovo davanti al bar di Luigino, con alcuni amici a bere un’ aperitivo a Trisungo, in un fine mattino di un giorno di metà ottobre e vedo una ragazza dai lunghi capelli neri, occhi verdi, alta e snella che si reca alla fermata dell’autobus. Tutti girano lo sguardo verso quella figura femminile che spazientita cammina nervosamente davanti la tabella degli orari. Chiedo ai miei amici se la conoscono. mi rispondono all’unisono che è la nipote di Desiderio e Giacomina, si chiama Francesca ed è tornata in paese per la raccolta delle castagne. Mi faccio coraggio, la fermo e chiedo se ha bisogno d’aiuto. ” Sono di Marino”, mi dice guardandomi sospettosamente : ” … cerco gli orari delle corse per Roma “. Mentre la indirizzo presso la biglietteria del bar ho appena il tempo di dirgli che conosco la storia dei nonni. Si ferma all’improvviso, si volta e mi confida raggiante che ha seguito le loro orme, che insegna in una scuola di agraria. Poi prende dalla borsetta un I-phone e mi fa vedere un video. C’è una piazza gremita di gente dove al centro è stato allestito un grande tino con una scaletta e numerosi cesti di plastica contenenti uva. Non lontano una banda suona una musica allegra. Ad un certo punto Francesca arriva coperta da un accappatoio, cammina su un red-carpet e raggiunge la scaletta. A tempo di musica sfila scarpe ed accappatoio immergendo i piedi in un catino d’acqua. Sale la scaletta, entra nel tino ed inizia a pigiare l’uva sempre a tempo di musica. Le gambe esili ed eleganti si alternano a premere sotto i piedi i grappoli succosi provocando schizzi e la gonna leggera si alza. La gente applaude accompagnando la musica con il battito delle mani. Poi interrompe bruscamente il video e mi dice : ” Vedi sono stata anche Miss Vendemmia 2015 “. La guardo negli occhi per l’ultima volta ringraziandola con una stretta di mano per la splendida visione che mi ha concesso. Mentre sale sull’autobus alzo il braccio in un cenno di saluto, Francesca mi risponde con un sorriso e volge lo sguardo verso l’ autista. Adesso anch’io sorrido felice perché ho capito che il sogno di Desiderio e Giacomina continua…

Vittorio Camacci

Arquatani sul Don – di Vittorio Camacci

Il vento freddo proveniente dalla Siberia degli ultimi giorni di fine febbraio, ” il Burian ” che in realtà in russo si chiama ” Buran “, mi ha fatto ricordare le storie di alcuni miei paesani che avevano partecipato alla Campagna di Russia tra il 1942 ed il 1943. Spesso, quando ero ancora adolescente, mi sedevo vicino al tavolo dove sorseggiavano vino nel bar de ” Lu vecchiò ” e ascoltavo i loro racconti su quella terribile esperienza. Avevano tutti un soprannome e penso che il loro ricordo sia ancora vivo in molti di voi, essendo dei montanari vennero reclutati dal Corpo D’ Armata Alpino, attrezzato è preparato per combattere in montagna, invece venne usato nelle steppe tra il Don ed il Donez.

I nostri paesani, arrivarono nel bacino del Donez, insieme agli altri sodati italiani , tra il luglio ed il settembre del 1942. Nel dicembre dello stesso anno l’esercito russo sferrò una grande offensiva dal nord. I soldati italiani per un mese, allo scoperto nella steppa, tra bufere di neve e temperatura polari riuscirono a fermare i russi, ma il 15 gennaio del 1943 si ritrovarono circondati da colonne di carri armati, da reparti di cavalleria e dai partigiani bolscevichi. Con una terribile marcia durata 17 giorni, affrontando terribili combattimenti, il freddo, la fame, bufere e tormente di neve, riuscirono a rompere l’accerchiamento portando in salvo tantissimi uomini.

Uno di essi detto ” La Lenza “, quasi sempre taciturno, laconico e un po’ restio nel raccontare, per non riaprire bruttissimi ricordi, un giorno si dimostrò abbastanza loquace e mi narrò la sua storia di guerra : << Partito con l’ ARMIR, galvanizzato insieme ai miei commilitoni con la propaganda e con l’idea di una guerra lampo, su una tradotta passata da Gorizia poi via Tarvisio in Austria, Polonia ed Ucraina. Mi misero in mano un fucile modello 91 ed una baionetta. Ai piedi scarponi di cartone pressato ed indosso un’uniforme invernale con mantellina. All’ arrivo ci piazzarono nelle trincee, tra la steppa piena di neve ed il fiume Don tutto gelato. Dormivamo in piccole caverne rivestite di tronchi, riempite con rudimentali letti a castello. La sera i russi, con i megafoni, lanciavano canzonette italiane come ” u’ surdato innamorato ” invitandoci alla resa illustrando la stupenda vita che facevano i prigionieri di guerra. I giorni e le notti le passavamo nel freddo un po’ a scavare un po’ a fare la guardia. Poi, in inverno, quando i russi hanno rotto la linea ci siamo riuniti ed abbiamo formato un’ immensa colonna di cui non si vedeva la fine alla quale si sono aggiunti anche tedeschi, rumeni e polacchi. Abbiamo cominciato così la ritirata. Si camminava giorno e notte, ci si fermava solo qualche ora nei paesi abbandonati cercando di trovare qualcosa da mangiare. A volte ci aiutavano dei miseri contadini, dal mesto sorriso, brava gente come noi. Poi c’erano i muli; quando morivano cucinavamo qualche pezzo di carne approfittando dei pagliai e delle case che bruciavano. Gli scontri a fuoco erano continui e molti compagni cadevano sulla neve colpiti dalle pallottole russe o fiaccati dal freddo e dalla fatica. Mangiare era un miraggio, un lusso. Io sono stato fortunato perché un giorno in un’isba ho trovato alcune patate, crauti, un barattolo di piccole mele sotto aceto ed una borraccia piena di miele che mi ha dato l’energia per andare avanti. Era faticoso anche respirare, tanto l’aria era fredda : per farlo ci mettevamo un pezzo di coperta in faccia. La mantellina che avevamo in dotazione si accorciava a vista d’occhio : ogni giorno ne tagliavo una striscia per rifare le fasce da mettere sulle gambe sotto il ginocchio. Le scarpe di ” cartone pressato ” le avevo buttate via quasi subito perché facevano entrare la neve e l’acqua ed i piedi mi si gonfiavano. Così li ho avvolti in un pezzo di coperta e mi sono salvato. A volte il freddo arrivava a 40° sotto zero, il sergente ci dava un po’ di cognac raccomandandoci di mischiarlo con l’acqua. Qualcuno non seguiva il consiglio ed allora moriva assiderato seduto sul suo zaino ad aspettare che finisse ” la sbronza”. Nel lungo viaggio prendevamo anche gli stivali e gli indumenti dei morti altrimenti non avremmo potuto fermare il freddo della steppa. Quando entravamo nelle isbe chiedevamo: ” Khleba ! Khleba ! ” ( Pane ) , ma quei poveri contadini impauriti non ne avevano neanche per loro. Di morti durante il cammino verso l’ Italia ne ho visti tanti, troppi. Ha volte sono stato costretto a camminarci sopra. Di loro mi rimane un ricordo incancellabile ed ancora vivo e soffro ogni volta che devo strapparlo dal cuore per raccontarlo a qualcuno ma devo farlo perché solo così il loro sacrificio non andrà perduto >>. La Lenza fu uno dei fortunati che tornò a casa. Fu un marito ed un padre esemplare. Ci piace ricordare che durante la festa tutti volevano cavalcare il suo asino nella ” Corsa dei Somari ” , era il più veloce perché ” La Lenza ” li sapeva addestrare ricompensandoli con un’immancabile zuccherino a fine gara.

Vittorio Camacci.

Natale tra le casette SAE – di Vittorio Camacci

Il mio amico Venanzio non aveva mai visto il mare, di conseguenza non si era mai tuffato tra le onde che saltano sulla spiaggia, schiumano e poi si ritirano. Quando giungemmo da sfollati a Porto D’Ascoli lo guardò per la prima volta in vita sua, lo toccò con la punta dello scarpone da montagna e si ritrasse immediatamente. ” Il mare è monotono ” mi disse : ” Non ha nessuna novità e finisce dove comincia il cielo là in fondo “. Pensai subito che aveva ragione, non è come le nostre montagne che dall’alba al tramonto offrono un paesaggio mutevole al cambiare delle stagioni , sprigionando un’armonica gradazione di colori. Il verde brillante dei boschi e dei prati a primavera che in autunno si colora di caldi toni, dal giallo all’arancio, dal rosso al magenta, con le fresche acque dei ruscelli che inventano cascate fiabesche sotto l’azzurro del cielo. Che dire poi della magica e frizzante atmosfera invernale , quando a Natale ci si può inerpicare per boschi innevati, su fino a dove il miracolo dell’acqua che sgorga disegna incantati cristalli di ghiaccio e gocce e arabeschi in un silenzio irreale. I suoi occhi brillavano, poi diventò inquieto, di colpo s’incupì, trasecolò, la sua faccia faceva trasparire un malessere che fece salire e rovesciare anche il mio stomaco, come un sacchetto di nylon sulla risacca. Guardammo di nuovo il mare che cominciava a calmarsi, sbattendo sugli scogli indolente, disordinato, con meno vigore. In silenzio ci voltammo verso la città a testa bassa, lentamente tornammo in albergo. Rividi Venanzio giorni dopo, prendemmo un caffè al bar, mi disse che rimpiangeva il cibo di montagna : il formaggio pecorino, l’agnello, il cinghiale, le tagliatelle ai porcini, le zuppe di legumi, la polenta con la salciccia, il miele e le marmellate, le castagne ed il vino cotto. Mi disse anche che non sopportava più il vivere in un albergo: ” Non voglio più mangiare e bere per vivere, ma vivere per mangiare e bere”, esclamò! Riuscivo a capire Venanzio, i suoi antenati erano stati boscaioli e carbonai, avevano dormito spesso all’aperto, sotto le stelle per sorvegliare la carbonaia; non avevano mai affittato un metro di spiaggia ma avevano avuto ettari di bosco da custodire, non avevano mai bevuto aperitivi negli chalet festosi ma acqua fresca di sorgente accarezzati dal vento, non avevano mai fatto il conto delle calorie ma avevano scaldato il cuore con i suoni della natura e con la fantasia. Gli diedi una pacca sulla spalla e lo salutai dicendogli : ” Che ci vuoi fare Venà ! Questo ci è capitato. Fatti coraggio ! ” . Per giorni non lo vidi più, qualcuno mi disse che si era lasciato il mare alle spalle, non aveva resistito al richiamo della montagna, non si fidava della città, quello che per altri sembrava una fortuna per lui era peggio di una trappola per topi. La mattina di Natale ho deciso di fare una corsetta tra le SAE, le nuove casette di legno del mio paese. Correvo leggero, senza fare rumore, tra l’odore del caffè e le grida dei bambini. Mi sono sentito chiamare : ” Vittò cumma va ? ” Mi giro era Venanzio : ” Corri anche a Natale , non ti stufi mai ? ” . Gli rispondo che la corsa è come una bella donna, ti emoziona e ti prende, ti regala piacevoli sensazioni e ti stanca ma poi il giorno dopo la desideri ancora. Venanzio abbozza un sorriso e mi dice sconsolato : ” Io di belle donne ne ho viste poche, quest’estate che potevo vederne tante non sono rimasto a Porto D’Ascoli . Qua avevamo una vita, avevamo una storia. ora ci hanno dato stè casette piene di difetti e di problematiche, intorno ci sono solo cinghiali, lupi e macerie. Ti ricordi Vittò quella tua vecchia poesia del viandante aggredito dai cani selvatici che provava a difendersi con i sassi ma non poteva perché erano attaccati al suolo dal gelo, e diceva : ” Questo è il paese dei disgraziati, dei cani sciolti, dei sassi attaccati ! ” Chi ci può risarcire di quello che ci ha rubato il terremoto ?” Su un prato erboso appena impiantato alcuni bambini chiassosi giocano a pallone. Un esiguo segnale di vita. Gli rispondo che quelli come noi non possono pensare al futuro, la nostra stella si sta spegnendo, noi siamo terremotati non siamo nè qui, nè lì, stiamo fermi come giù al mare. Ma quei bambini no, quelli hanno un futuro, dobbiamo lottare per loro. Il concerto di voci bianche e flauti, dei piccoli arquatani, al centro Polivalente di Pretare, è stata l’unica cosa bella di questo Natale. E’ un freddo mattino assolato, il Monte Vettore sotto un cielo azzurro è un’ incanto. Osservo una vecchietta dietro i vetri che sistema un mazzetto di vischio. Ora corro in maniera un po’ buffa, quasi non tocco la strada fresca d’asfalto, lascio una scia di orme smezzate, sono molto veloce , devo esserlo per sopravvivere. Ora sono fedele ai miei luoghi ma ogni tanto mi fermo a guardarmi indietro, come fanno i bambini. Purtroppo capisco anche che non posso permettermelo perché questo ora mi può essere fatale.

Vittorio Camacci

Finalmente a casa…anzi casetta – di Vittorio Camacci

E’ arrivato il momento di tornare che è anche il significato più profondo del viaggio, è come una “molla” che ci spinge nella rotta della nostalgia. Ciò è anche ovvio perché il migrante, lo sfollato, l’esule partono per tornare. E’ questa la posta della sfida che mi ha accompagnato in questo lungo esilio durato più di un anno, la dimostrazione del mio successo : tornare con un bagaglio culturale e morale più ricco e tante storie da raccontare. Ma il ritorno, nello stesso tempo, è un mito, una costruzione fantastica fatta crescere impercettibilmente, giorno dopo giorno, per resistere alle avversità, alla solitudine, alle delusioni. Un mito di resistenza. Il ritorno è un’elaborazione della nostalgia, quel lenimento sottile di malessere quotidiano che mi ha accompagnato come un’ombra inseparabile in questo anno da sfollato. Ritorno e nostalgia sono due parole che camminano insieme, dialogano instancabilmente, nella mente e nel cuore. Il mio è stato un progetto di vita a breve termine dettato dalla necessità di mettere in sicurezza quel che resta della mia famiglia, una paziente rivincita di chi e ciò che è stato lasciato su chi e ciò è stato incontrato. in questo lungo tempo, quasi irreale, il ” Ritorno ” è stato preceduto da piccoli ritorni temporanei che non hanno confortato le mie grandi attese, anzi hanno bisticciato con esse prendendo a pretesto inattesi conflitti suscitati dagli inevitabili mutamenti intercorsi, il diavolo con la sua ” cacca” ( denaro e cos’altro … ) ha preso possesso delle mie terre martoriate senza che io me ne sia avveduto, è così cambiata la percezione del tempo ( non quello meteorologico ), sono cambiate le abitudine alimentari ( in tanta abbondanza nessuno coltiva più la terra o alleva degli animali ) , sono cambiati gli stili di vita ( non c’è più socialità ed ognuno pensa ai suoi comodi ) , di abbigliamento ( porca miseria ! Qui ora son tutti griffati …) , di svago ( tutti in giro con l’ I-Pod pronti a chattare nei social nessuno ti guarda più in faccia ). E poi, talvolta, a complicare le cose, ci si mettono anche gli amori e le amicizie nati in terra straniera che mi porto nella testa e nel cuore mentre ritorno dal mare Adriatico fino ai miei amati cromatici autunnali monti, coperti da fitte cortine di boschi, attraversando la feconda vallata del Tronto circondata da colline che ospitano generose vigne e giocondi oliveti. Un paesaggio complesso e mutevole si apre ai miei occhi, giocato sul contrastato ricordo dei villaggi arroccati sulle balze scoscese e ciò che ormai resta di loro. E’ tempo di riaprire l’album di famiglia per rivedere limpidamente ciò che era e che no sarà più, per noi che siamo passati da case in cemento e sassi a queste minuscole abitazioni prefabbricate, tutte uguali ed anonime che ci accolgono. Dentro sono dotate di tutti gli accessori e sono confortevoli ma non hanno il profumo della mia vecchia casa. E’ buffo questo nuovo paese mi ricorda il villaggio dei ” Puffi” , manca solo che ci dipingano di blu e potremmo diventare una curiosa attrattiva turistica. Ora qui c’è un eccesso di ordine, di sicurezza, stabilità, di posto fisso, di famiglia unica, ma mi mancano le antiche forme di libertà esasperata come l’inventiva che si trasformava in piacere quando si trattava di escogitare stratagemmi moderni per custodire le antiche tradizioni tramandateci dai nostri avi. Il terremoto ha lasciato vuoti incolmabili, ha strapazzato le nostre vite ed ha trasformato le nostre comunità rendendoci incapaci di mantenere una vera, salda e forte identità. Soprattutto facendoci dimenticare la nostra storia ed i valori tramandatici dai nostri avi : la saggezza, la pazienza, il rispetto per gli anziani e la natura, purtroppo la perdita dei nostri storici borghi di montagna ha creato tutto questo. In questi luoghi ormai vagano solo le anime dei nostri predecessori e non sento più le sensazioni primordiali , i vecchi odori, gli antichi sapori. Qui ora tutti si sentono abbandonati e dimenticati, tanti non sono tornati, nessuno ha più l’entusiasmo di un tempo, c’è chi non coltiva più la terra, pochissimi tornano qui in vacanza. Stiamo perdendo il senso della vita, la nostra antica civiltà . Penso a tutto questo mentre ricordo con dolcezza il mio anno da sfollato a Porto D’Ascoli, alla generosa famiglia Persico che ci ha ospitato nella sua struttura, all’amico Luigi che ha supportato le mie trasferte podistiche, alle lunghe uscite in ski-roll sulla bella ciclabile del lungomare, alla meravigliosa famiglia che è la redazione della rivista letteraria UT in cui ho avuto l’ opportunità e l’onore di esprimere il mio acerbo e mediocre talento, all’ associazione Omnibus Omnes – Tutti per Tutti che mi ha reso partecipe delle sue solidali ed encomiabili iniziative ed a tutti quelli che nella loro immensa solidarietà non mi hanno fatto mai sentire solo. Grazie a tutti ! Ora mi rimane solo una cosa da fare, l’ho sempre avuta nel mio DNA, riprendere a correre gli antichi sentieri dei miei avi, dove finalmente mi sentirò veramente a casa. Sono sovrappeso ed un po’ inflaccidito, la sfida appare lunga e difficile ma il mio cuore è un maratoneta che batte anche il tempo. Mentre corro tra queste splendide valli, rivedo i vostri volti e risento le vostre voci. Adesso correrò meno solo, correrò per guardare di nuovo avanti, e non avrò più paura.

Vittorio Camacci

Alla ricerca di Paesaggi Mutanti – di Vittorio Camacci

Ecco un mio pensiero che tratta l’argomento del cosiddetto ” Terzo Paesaggio”, come somiglia questo mondo vegetale ed animale a quell’umanità relegata ai margini che tu Raffaella difendi con tanto ardore e che il resto del mondo non vorrebbe avere tra i piedi, non ti sembra ?

Abbandono spesso il lungomare,

caotico ed artificiale,

girando per la città con i miei ski-roll

osservo quello che voi cittadini

considerate terra di confine

e guardo oltre…

Oltre gli spazi urbani

ci sono piante che vegetano

in condizioni ostili,

compaiono senza preavviso,

crescono inaspettatamente

in un territorio residuo, indeciso,

sospeso, border-line.

E’ l’anticipo di quel che sarà.

La città senza il terzo paesaggio

sarebbe come una mente senza l’inconscio.

Ci ricorda che la Natura esiste anche senza di noi.

Ci ricorda che noi non controlliamo il mondo.

Luoghi nati per caso, per sbaglio o per incuria:

aiuole cittadine, bordi delle ferrovie, delle autostrade,

rotonde, fabbriche e costruzioni dismesse.

Se non esistessero bisognerebbe inventarle!

Spazi indecisi privi di ogni logica.

Inchiniamoci all’intelligenza biologica!

Inchiniamoci alla forza della Natura!

L’uomo una volta era il giardiniere della Terra

qui invece bisogna imporsi il non fare.

Ora tra edifici derelitti occultati,

tra vuoti urbani pieni di erbe, arbusti, fiori ed animaletti che

sono preoccupazione e sdegno per i bravi ed onesti cittadini

che odiano questa Natura di confine,

si trova questa forma di “lusso” selvaggio,

una risorsa indispensabile di diversità e bellezza.

Spazi indecisi, luoghi incerti, bordi di strada

siete i posti del Futuro,

siete l’anticipo di quello che sarà.

Vittorio Camacci