Due cani nella bufera – di Vittorio Camacci

Nell’ odierna società si vive soli, anche se si è continuamente immersi nella confusione della massa; infatti se ci guardiamo attorno vediamo solo gente indaffarata che non ha più tempo da perdere, che non ha voglia di dar retta a nessuno, presa dal vortice della frenesia e dell’ insoddisfazione. Basta fermarsi un attimo ed ecco che ci rendiamo conto di essere superati, a volte anche con modi bruschi, da chi ci sta attorno perché con i nostri pensieri e le nostre perplessità intralciamo il loro cammino. Viviamo nell’era delle certezze sbandierate, delle conquiste scientifiche, ma poi nel nostro intimo sentiamo tutto il peso delle ambiguità che ci circondano, senza punti di riferimento, in preda ad una concorrenza che ci divide gli uni dagli altri in un’ innaturale lotta fratricida. Sconosciuti che lottano eternamente tra loro per il proprio personale e meschino interesse individuale. Invece bisogna guardarsi indietro, per prendere ispirazione ed insegnamento, per prendere forza e coraggio, per avere la consapevolezza di far parte di un grande disegno che parte dalle tradizioni dei nostri avi e della nostra famiglia. Essa è infatti l’antidoto migliore per affrontare la vita moderna e per difendersi dalla solitudine, dalle inquietudini e dalle insicurezze. Questa è la lezione che viene dal mondo antico, dove regnava la semplicità, dove ci si accontentava dell’ essenzialità e non c’era una grande separazione tra il mondo reale ed il mondo ultraterreno : “Noi siamo solo nani arrampicati sulle spalle di giganti “. Più di cento anni fa, nel 1916, un ragazzone di Colle d’ Arquata, di nome Pietro, era lontano dal suo paese chiamato al fronte per combattere contro il nemico d’ oltralpe. Da mesi viveva, suo malgrado, nelle trincee sul fronte del Grappa, tra pioggia, neve e fango, in un’ assurdo freddo pungente. Pietro era abituato alle fatiche, sopportava bene anche il freddo, temprato dalla dura vita di allevatore e boscaiolo e dai lunghi inverni che caratterizzavano allora anche l’ abitato di Colle. Ma il gelo della trincea acuito dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di igiene e di riposo, avevano fatto nascere nel suo cuore una profonda nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia. Era stato richiamato alle armi nel maggio dell’ anno precedente e da allora non era più tornato a casa. Erano passati quasi nove mesi ed il Natale lontano dalla famiglia gli aveva provocato un’ enorme dolore. A casa, c’ erano la moglie ed un bimbetto di due anni che lo pensavano giorno e notte pregando la Madonna del Chiarino perché lo proteggesse e lo facesse tornare sano e salvo. Nella tasca interna della giacca conservava religiosamente le uniche due lettere, scritte dal curato, ricevute dalla moglie che non sapeva scrivere. Per lui quei pezzi di carta erano un’ autentico tesoro che stringeva nelle mani quasi sempre e che di tanto in tanto si faceva rileggere dal caporale. Finalmente dopo tanto penare, arrivò una licenza, guadagnata con un’ atto di valore contro il nemico. Pazzo di gioia, per la licenza premio di 15 giorni, Pietro partì da Monfalcone con la prima tradotta per il sud. Viaggiò per tutta la notte, su sedili di legno, senza chiudere occhio ed in preda ad un’ ansia trepidante. Dopo una sosta a Bologna, il convoglio proseguì per Rimini, Ancona per fermarsi quasi all’ alba a San Benedetto del Tronto. Pietro trovò la stazione quasi deserta ed un addetto ai bagagli gli comunicò che sulle colline dell’ interno aveva nevicato, fortunatamente fuori trovò un vecchia carrozza a cavalli che lo portò fino ad Ascoli Piceno. Mentre risaliva la Salaria il freddo diventò sempre più pungente e neanche il pesante cappotto militare sembrava scaldarlo. Ascoli Piceno era coperta da un lieve manto bianco e non trovò nessuna carrozza che avrebbe potuto portarlo sui monti. Questo non lo spaventò, era abituato a camminare a piedi e così decise d’ incamminarsi, attraversando Porta Romana, per la Vecchia Salaria senza perdere altro tempo. L’ aria rigida ed il freddo vento di tramontana lo spinsero ad affrettare il passo mentre sentiva il sangue pulsare forte nelle vene riscaldandogli tutto il corpo. All’ altezza di Taverna Piccinini lo raggiunse un carrettiere che risaliva verso Accumoli dopo aver trasportato un carico di patate in città. Il cielo era diventato grigio e minaccioso, non promettendo nulla di buono, Pietro conosceva l’ uomo e approfittò volentieri del passaggio fino ad Arquata. Giunsero sopra Porta Sant’ Agata che era pomeriggio inoltrato, il soldato ringraziò il carrettiere e con lo zaino in spalla ed una gioia incontenibile nel cuore si affrettò a discendere verso la passerella sul fiume Tronto con la neve che cadeva a fiocchi. Attraversata Spelonga, mentre affrontava la salita de ” Lu Crafemuse” dopo il ponte di Piumbanare, il vento cambiò direzione soffiando da nord-est. La neve divenne sempre più fitta, sottile ed appiccicosa, sollevandosi in turbini che impedivano la visuale. Dopo le prime difficoltà, pensò di tornare verso Spelonga ma contando sulla sua giovinezza e sulla sua testarda determinazione di riabbracciare i suoi cari decise di proseguire ma la tormenta lo avvolse in un chiarore opaco, serrato che gli impediva di vedere anche ad un metro di distanza. Ben intabarrato nel pastrano e con i piedi abbastanza caldi negli scarponi, con le strette fasce dei gambali che gli proteggevano gli stinchi, Pietro sperò di vincere il freddo ma sentiva il suo respiro diventare affannoso mentre le folate gelide gli chiudevano gli occhi costringendolo a camminare a testa bassa. Il passo cominciò a vacillare perché i suoi piedi affondavano nella neve ed egli sopra le Piane non ebbe più alcun punto di riferimento. Cominciò a pregare San Silvestro e la Madonna del Chiarino, pensando a come sia facile morire mentre ricordava tutti quei compagni che aveva visto cadere negli assalti alle linee nemiche maciullati dalle bombe e dalla mitraglia. Ora qui, a pochi passi da casa, il silenzio faceva più paura dello strepitio delle armi sul fronte, qui c’era solo il sibilo della bufera che lo faceva sprofondare nel bianco della neve infida e traditrice. Non riusciva più ad orizzontarsi , si muoveva sempre più lentamente mentre la disperazione diventava rassegnazione e nel suo cervello balenava implacabile l’ idea di lasciarsi andare. La sofferenza cresceva ad ogni passo e lui sentiva perdere il peso del suo corpo rifugiandosi in un piacevole e strano torpore che invadeva le sue membra. Stava quasi per chiudere gli occhi quando si sentì spingere alle spalle da qualcosa di pesante tanto da perdere l’ equilibrio e cadere nella neve faccia in avanti. Alle sue spalle sente un mugolio prolungato insieme ad un’ alito caldo e sbuffante, si girò alzandosi su di un gomito e vide un grosso cane bianco che lo stava leccando con guaiti festosi. Non era solo, accanto aveva un altro cane che lo guardava con i suoi grandi occhioni mansueti : erano due bei pastori abruzzesi, un maschio ed una femmina, che lo fissavano con simpatia e con movimenti della testa lo esortavano ad alzarsi. Gli animali sembravano aver capito il pericolo e fiutando l’ aria più volte si avviarono scodinzolando in direzione trasversale al vento. Il maschio andava avanti aprendo la strada mentre la femmina stava al suo fianco sinistro permettendogli, talvolta, di appoggiarsi al suo dorso nei momenti di maggiore difficoltà. La luce del giorno cominciava a scemare e la paura tornò ad impossessarsi della mente di Pietro ma lui continuò a camminare a testa bassa ed ad un tratto si ritrovò di nuovo solo. Chiamò i cani e non avendo riscontrò scoppiò a piangere sentendosi di nuovo perso. Dopo un po’ rialzò il viso con lo sguardo spento, senza più speranza, ma davanti a se vide qualcosa di scuro che si faceva notare in tutto quel chiarore. Era il portale della chiese di San Silvestro. ” Colle ! Sono arrivato a Colle ! ” Cominciò ad urlare con quanto fiato gli era rimasto in gola. Lo scosse solo il suono della campana che suonava il vespro, la fine di una giornata, la fine di un incubo. Dopo aver abbracciato la moglie ed il figlioletto venne a sapere che i suoi anziani genitori erano morti nell’ incendio della loro casupola una settimana prima, corse in mezzo alle stradine innevate, cercò i due cani in tutto il paese ma nessuno possedeva due cani simili. ” Mamma e papà mi hanno salvato! ” Diceva a tutti : ” loro mi avevano messo al mondo e loro mi hanno dato questa nuova vita. Erano due anime in ascesa tramutatesi nelle sembianze di cane per fare un’ ultimo gesto d’amore salvando la loro discendenza “.

Vittorio Camacci

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Arquatani sul Don – di Vittorio Camacci

Il vento freddo proveniente dalla Siberia degli ultimi giorni di fine febbraio, ” il Burian ” che in realtà in russo si chiama ” Buran “, mi ha fatto ricordare le storie di alcuni miei paesani che avevano partecipato alla Campagna di Russia tra il 1942 ed il 1943. Spesso, quando ero ancora adolescente, mi sedevo vicino al tavolo dove sorseggiavano vino nel bar de ” Lu vecchiò ” e ascoltavo i loro racconti su quella terribile esperienza. Avevano tutti un soprannome e penso che il loro ricordo sia ancora vivo in molti di voi, essendo dei montanari vennero reclutati dal Corpo D’ Armata Alpino, attrezzato è preparato per combattere in montagna, invece venne usato nelle steppe tra il Don ed il Donez.

I nostri paesani, arrivarono nel bacino del Donez, insieme agli altri sodati italiani , tra il luglio ed il settembre del 1942. Nel dicembre dello stesso anno l’esercito russo sferrò una grande offensiva dal nord. I soldati italiani per un mese, allo scoperto nella steppa, tra bufere di neve e temperatura polari riuscirono a fermare i russi, ma il 15 gennaio del 1943 si ritrovarono circondati da colonne di carri armati, da reparti di cavalleria e dai partigiani bolscevichi. Con una terribile marcia durata 17 giorni, affrontando terribili combattimenti, il freddo, la fame, bufere e tormente di neve, riuscirono a rompere l’accerchiamento portando in salvo tantissimi uomini.

Uno di essi detto ” La Lenza “, quasi sempre taciturno, laconico e un po’ restio nel raccontare, per non riaprire bruttissimi ricordi, un giorno si dimostrò abbastanza loquace e mi narrò la sua storia di guerra : << Partito con l’ ARMIR, galvanizzato insieme ai miei commilitoni con la propaganda e con l’idea di una guerra lampo, su una tradotta passata da Gorizia poi via Tarvisio in Austria, Polonia ed Ucraina. Mi misero in mano un fucile modello 91 ed una baionetta. Ai piedi scarponi di cartone pressato ed indosso un’uniforme invernale con mantellina. All’ arrivo ci piazzarono nelle trincee, tra la steppa piena di neve ed il fiume Don tutto gelato. Dormivamo in piccole caverne rivestite di tronchi, riempite con rudimentali letti a castello. La sera i russi, con i megafoni, lanciavano canzonette italiane come ” u’ surdato innamorato ” invitandoci alla resa illustrando la stupenda vita che facevano i prigionieri di guerra. I giorni e le notti le passavamo nel freddo un po’ a scavare un po’ a fare la guardia. Poi, in inverno, quando i russi hanno rotto la linea ci siamo riuniti ed abbiamo formato un’ immensa colonna di cui non si vedeva la fine alla quale si sono aggiunti anche tedeschi, rumeni e polacchi. Abbiamo cominciato così la ritirata. Si camminava giorno e notte, ci si fermava solo qualche ora nei paesi abbandonati cercando di trovare qualcosa da mangiare. A volte ci aiutavano dei miseri contadini, dal mesto sorriso, brava gente come noi. Poi c’erano i muli; quando morivano cucinavamo qualche pezzo di carne approfittando dei pagliai e delle case che bruciavano. Gli scontri a fuoco erano continui e molti compagni cadevano sulla neve colpiti dalle pallottole russe o fiaccati dal freddo e dalla fatica. Mangiare era un miraggio, un lusso. Io sono stato fortunato perché un giorno in un’isba ho trovato alcune patate, crauti, un barattolo di piccole mele sotto aceto ed una borraccia piena di miele che mi ha dato l’energia per andare avanti. Era faticoso anche respirare, tanto l’aria era fredda : per farlo ci mettevamo un pezzo di coperta in faccia. La mantellina che avevamo in dotazione si accorciava a vista d’occhio : ogni giorno ne tagliavo una striscia per rifare le fasce da mettere sulle gambe sotto il ginocchio. Le scarpe di ” cartone pressato ” le avevo buttate via quasi subito perché facevano entrare la neve e l’acqua ed i piedi mi si gonfiavano. Così li ho avvolti in un pezzo di coperta e mi sono salvato. A volte il freddo arrivava a 40° sotto zero, il sergente ci dava un po’ di cognac raccomandandoci di mischiarlo con l’acqua. Qualcuno non seguiva il consiglio ed allora moriva assiderato seduto sul suo zaino ad aspettare che finisse ” la sbronza”. Nel lungo viaggio prendevamo anche gli stivali e gli indumenti dei morti altrimenti non avremmo potuto fermare il freddo della steppa. Quando entravamo nelle isbe chiedevamo: ” Khleba ! Khleba ! ” ( Pane ) , ma quei poveri contadini impauriti non ne avevano neanche per loro. Di morti durante il cammino verso l’ Italia ne ho visti tanti, troppi. Ha volte sono stato costretto a camminarci sopra. Di loro mi rimane un ricordo incancellabile ed ancora vivo e soffro ogni volta che devo strapparlo dal cuore per raccontarlo a qualcuno ma devo farlo perché solo così il loro sacrificio non andrà perduto >>. La Lenza fu uno dei fortunati che tornò a casa. Fu un marito ed un padre esemplare. Ci piace ricordare che durante la festa tutti volevano cavalcare il suo asino nella ” Corsa dei Somari ” , era il più veloce perché ” La Lenza ” li sapeva addestrare ricompensandoli con un’immancabile zuccherino a fine gara.

Vittorio Camacci.

Domè e la pucichina – di Vittorio Camacci

 

Il mio bisnonno Domenico era nato nel 1836, dal fisico imponente e corpulento era descritto da tutti come una forza della natura. Divenne, già quindicenne, un giovane montanaro ribelle, forgiando nel suo carattere indomabile durezza e forza, abituato com’ era a fatiche sovrumane. Intorno a vent’anni d’età divenne un leader, grazie alla sua forza ed intelligenza non comuni, era uno dei pochi montanari capace di leggere e scrivere e pronto a ribellarsi, quando capitava l’occasione, all’arbitrio dei potenti agrari oltre a vecchi e nuovi feudatari vissuti tra Papi e sovrani che reclamavano sempre diritti senza cedere nulla in cambio. Sin dall’adolescenza si era nutrito di idee religiose e quindi si schierò sempre dalla parte della Chiesa e dal Papato, che allora governava le nostre terre; ricevette un posto da corriere pontificio. Anche per questo giurò e si impegnò a difendere lo Stato Pontificio dalle prepotenze della Guardia Nazionale che tentava di sedare le rivolte popolari. Tra il dicembre del 1860 ed il gennaio del 1861 divenne un ausiliario pontificio unendosi alla banda di Giovanni Piccioni, detto Pannanzò, priore del comune di Rocca di Montecalvo e strenuo difensore dello Stato della Chiesa. Gli venne consegnato un fucile a percussione e gli furono corrisposti come ricompensa 22 scudi romani al mese. Tutta la montagna era un pullulare di briganti, tanto che la zona fu definita la ” Vandea” italiana. Domenico, a capo di una squadra di sabotatori, si distinse nelle zone dell’ Alto Tronto. Indossava una giacca di castoro nero, un gilè, pantaloni di felpa neri, stivaletti di vitello, un grosso cappellone di cuoio e due grandi orecchini d’oro ornavano i lobi delle sue orecchie. Fu un degno capobanda anche perché conosceva a menadito i sentieri ed i rifugi della montagna. Riuscì ad accumulare anche un piccolo tesoro che nascose furbescamente in più punti del territorio. Si dice che nel suo podere tra i massi de “Lu Rucchitte” avesse quattro ripostigli nascosti nelle grotte della “Vena”. Sul finire dell’anno 1861 accadde un episodio che cambiò definitivamente il suo carattere esuberante e che forse gli salvò la vita. Grazie al suo aspetto fiero ed imponente, Domè, così era chiamato il mio bisnonno dai paesani, era visto come un leader carismatico e quindi veniva spesso richiesto come padrino nei battesimi come segno di rispetto e di dedizione. Quindi quando i D’Ambrosi, degli onesti contadini, lo chiamarono per fare da padrino, non negò il favore, era uso accettare tale onere nella piccola comunità perché si riteneva che se un uomo ti chiedeva di diventare suo “compare” bisognava onorare questa scelta per riconoscenza. In chiesa quando gli porsero la neonata, Domè la prese con goffa tenerezza tra le sue enormi mani, la guardò con attenzione e notò i bellissimi occhi verdi della piccola. “Che bella frichina cumpà!” disse rivolgendosi al padre.                “Quanne che sarà signurina me la spose!” . Tutti risero tranne il compare ed il prete che annui solo con il capo deglutendo. Lui conosceva bene Domè ed aveva anche l’autorità necessaria per contraddirlo ma sapeva anche che quell’uomo non scherzava mai. Le notti ed i giorni successivi Domè non riuscì a chiudere occhio, si vedeva sempre davanti quel fagottino piagnucolante e due piccoli bellissimi occhi verdi. Perse la sua proverbiale calma e lucidità, divenne un altro, abbandonò la rivolta e si ritirò nel suo podere tra i massi della “Vena”. Quando la bambina divenne adolescente, Domè ormai era uno zitellone ultraquarantenne e con la sua enorme mole si parava davanti a tutti i corteggiatori di Antonia. “Guai a chi la tocca!”, tuonava: “Chi la tocca se la veda cchi me !”. Ormai la sua era diventata un’ossessione e tutte le domeniche si appostava davanti il portale della chiesa di Santa Maria in Collepiccioni ad aspettare la “Pucichina “, così era soprannominata Antonia nel suo rione per il suo vitino da vespa e le sue gambe magroline, che si recava alla messa del mattino. All’età di 25 anni la ” Pucichina ” era ancora zitella, possedeva tante qualità ma nessun ragazzo aveva osato chiederla in moglie, ormai non tanto per paura ma per timoroso rispetto verso quel gigantone teneramente innamorato. Così, quando Domè con il suo cappellone in mano, ormai cinquantenne con gli occhi ancora brillanti ed il volto arcigno e bonario, varcò la soglia della casa del “Compare D’ Ambrosi” per chiedere la mano di Antonia, il padre della ragazza non riuscì a negare il consenso. Ormai la sua ” Pucichina ” era una zitella venticinquenne e quella era, forse, l’ ultima occasione per poterla maritare. Domè e la Pucichina ebbero malgrado tutto una buona vita, crebbero otto figli ai quali insegnarono la lealtà ed a non tradire mai la parola data: Agnese la primogenita nata il 2 luglio del 1888 emigrò nel 1910 negli Stati Uniti con il marito Giosuè Schiavoni, fu sempre casalinga felice, ebbe come la madre otto figli e visse in varie cittadine della Pennsylvania. Rimase vedova nel 1972 e morì il 15 marzo del 1990 all’eta di 102 anni. E’ sepolta vicino al marito nel cimitero della città di Hershey  . Carolina nata nel 1890  visse sempre a Spelonga dove sposò Eugenio Ciancotti dal quale ebbe 5 figli). Rosa nata il 20 gennaio 1892  emigrò negli Stati Uniti nel 1916 imbarcandosi a Napoli sul Duca D’Aosta l’ 11 novembre del 1916 arrivando nel porto di New York il 26 dello stesso mese. Il 16 aprile 2017 a Steelton in Pennsylvania sposò Edoardo Schiavoni di quattro anni più giovane dal quale ebbe sei figli. Rimase vedova nel 1961 e morì il 30 gennaio 1982 a 90 anni. Riposa insieme al marito allo Hershey Cemetary . Biaggio nato nel 1895 , fu il figlio più bello ed anche più sfortunato, amante della bella vita e delle belle donne, un autentico play-boy incallito perse la vita nel 1923 a soli 28 anni a New York in circostanze poco chiare. Natale nato ovviamente il 24 dicembre 1896 fu soldato nell’ Esercito Italiano dal settembre 1916 fino al 20 maggio 1920. Nel novembre dello stesso anno emigrò negli Stati Uniti dove nel 1925 sposò Elisa Palaferri di un anno più giovane. Ebbero quattro figli. Natale fu un onesto lavoratore nel settore delle costruzioni e rimase vedovo nel 1978. Morì il 7 settembre 1985 a Hershey in Pennsylvania all’età di 88 anni . Berardino, mio nonno, nato il 29 dicembre del 1900 carabiniere durante il ventennio fascista, prima nella caserma di Isola Gran Sasso poi in quella di Urbisaglia , sposò Francesca Schiavoni nel 1924 dalla quale ebbe quattro figli. Grande appassionato di romanzi d’avventura, teatro e cabaret, rimase vedovo nel 1970 e morì a Spelonga il 9 febbraio 1980 . Agostino nato nel 1903 e morto prematuro a soli due anni nel 1905. Cesare l’ultimogenito nato il 17 ottobre del 1906 ( rimase nella casa paterna e nel 1933 sposò Domenica Camacci dalla quale ebbe due figli . Mio nonno Berardino mi raccontava che da monello ogni volta che combinava una mascalzonata, il papà ormai vecchio, non aveva la forza di rincorrerlo per sculacciarlo ed allora gli gettava il grosso cappello di cuoio come un boomerang. Domè morì il 17 giugno del 1928, visse fino a 92 anni, un vero record per l’epoca. Possiamo immaginare che l’aiuto e la compagnia di quella vispa e giovane moglie, forse, gli abbiano giovato nell’invecchiare lentamente. Nel paese è ancora viva la sua leggenda e si dice che ad 81 anni gli siano rispuntati alcuni denti e ricresciuti i capelli. Lei, la mitica ” Pucichina ” sopravvisse alla sua dipartita esattamente altri 25 anni e morì il 12 giugno del 1957. Si racconta che fino alla fine non mancò mai alla Messa della domenica indossando eleganti vestiti sul vitino da vespa e bellissime scarpe rigorosamente con tacco alto che aveva sempre amato indossare forse per sentirsi meno piccola accanto al suo Domè.

Vittorio Camacci

La Storia di Caterina e lo “Zanni” – di Vittorio Camacci

Pozza è un piccolo paese di montagna, sito nell’Alta Valle del Garrafo, sopra ad Acquasanta Terme, colpito anch’esso dal terremoto del 2016. Nel giro di qualche lustro la popolazione del paese si è dimezzata ed i servizi essenziali per l’intera comunità sono ormai ridotti al lumicino: niente scuola, niente ufficio postale, zero servizi sanitari e solo due corse giornaliere di trasporto pubblico garantite da un’azienda locale. Ma l’intero vecchio paese addormentato da secoli sul fianco della montagna non ci sta e dopo anni di riflessione rimprovera la sua gente e si ribella a questa condizione. I suoi boschi lo hanno protetto, riscaldato e gli hanno dato cibo, le faglie di arenaria gli hanno regalato la possibilità di creare ponti arditi, fontane scolpite, piazzette dagli spazi giusti e vicoli stretti. Il bosco e la natura impervia sono il suo vestito, fossi e strade le sue scarpe. Case e chiesa il cuore e l’anima. Dove erano campi di grano e patate adesso ci sono rovi ed incuria, dov’erano cantine e stalle adesso ci sono porte chiuse, silenzio ed abbandono. Quante case vuote, quanta ricchezza perduta dove una volta c’era un brulicare di rudi montanari tra case antiche e tanta gioventù. Proprio a quei tempi, qualche decennio fa, qui viveva una famiglia di pastori, gente per bene, grandi lavoratori. Un giorno di sabato, nel periodo di Carnevale accadde un fatto che commosse, colpì e sconvolse l’intera comunità e che ancora è tema di pettegolezzo tra le vecchie comari. Questa famiglia aveva due figlie : Antonietta di 18 anni che si frequentava con un baldo giovane boscaiolo, aitante e forte che si chiamava Ortenzio ed aveva una ventina d’anni, la cui famiglia era considerata anche ” brava gente” . L’ altra figlia era Caterina di 25 anni, di gentile e bell’aspetto ma ribelle ed anticonformista e per questo considerata per le abitudini del luogo ormai troppo ” zitella” e ” sforastica”. Piano, piano, col passare del tempo ed il benestare delle rispettive famiglie, Ortenzio cominciò a frequentare la casa della famiglia di Antonietta ma i due potevano vedersi, com’era allora usanza, solo in presenza dei genitori di lei. A volte, però, quando questo non era possibile, i genitori affibbiavano a Caterina la responsabilità di sorvegliare la sorella più piccola. Con i suoi grandi occhioni neri e dolci, vispi ed intelligenti, Caterina controllava i giovani fidanzati a tutela dell’onorabilità della famiglia ma non sapeva che quel suo gesto di garanzia invece aveva trasmesso gioia ed aveva parlato al cuore di Ortenzio con un frainteso ” Ti voglio bene”. In quel primo pomeriggio di sabato, dopo essersi occupata della casa ed aver preparato da mangiare, il padre l’aveva mandata ad accudire le pecore nella stalla. Era un pomeriggio caldo più del solito, il sole splendeva alto nel paese ed il vento soffiava lieve e leggero, sciogliendo gli ultimi rimasugli di neve rimasti ai bordi delle stradine del paesello, dove non girava nessuno. Caterina aveva incrociato solo un anziano che lentamente rientrava con una soma di legna trasportata sul basto da un somarello. Presa da un presentimento la giovane si affrettò ad aprire la porticina della stalla, accarezzò sul dorso quasi tutte le pecore, le accudì e chiuse la stalla per tornare a casa. Non ebbe il tempo di fare alcuni passi che udì il suono di un’ organetto ed il cantare degli stornelli sulle note del saltarello. ” Oddio gli Zanni “, pensò, trasformando il suo passo leggero quasi ad una corsa. Non ebbe il tempo di svoltare verso casa che vide la coppia di sposi circondata dagli ” Zanni” , ormai ubriachi, con le “staie” in mano ed i variopinti copricapi pieni di strisce di carta velina frusciante. Ebbe appena il tempo di accostarsi ad un uscio mentre passava il diavolo, con le corna finte di montone, rovistando con un forcone le pietre del selciato, tenuto legato ad una corda da un figurante vestito da guardia. Si appiattì di spalle sulla porta dell’ uscio, ma uno ” Zanni” la vide con la coda dell’occhio e si avvicinò a lei. Caterina riconobbe il viso dietro il velo nero che copriva la faccia, era Ortenzio. ” Sei una vecchia zitella”, gli gridò colpendola con la ” staia” sul lato del sedere. Caterina, presa dalla rabbia, ebbe la forza di spingerlo indietro ed Ortenzio che aveva tracannato parecchio, perse l’equilibrio cadendo sul selciato. Dalla sommità del lungo cappellone a cono si staccò una foto e Caterina vide che non era quella di sua sorella Antonietta ma la sua. L’ afferrò immediatamente, la strinse al petto e singhiozzando amaramente scappò verso casa.

Vittorio Camacci

Nota dell’autore

” Lo Zanni ” o ” Lu Zann ” è una maschera tradizionale, tipica di due frazioni montane di Acquasanta Terme, usata come attrattiva principale del Carnevale storico dell’Alta Valle del Garrafo. Alcune fonti attestano l’origine di questa maschera nel 1.500 quando alcuni artigiani, i maestri comacini, bravi nell’arte di lavorare la pietra, scesero in queste terre dal Nord Italia alla ricerca di lavoro. Lo Zanni è una sorta di folletto dei boschi, una specie di Arlecchino nostrano. Il tipico Zann indossa : una coccarda munita di un velo nero che scende a copertura del volto, un’ asciugamani dietro la nuca ed una cartolina o foto della persona amata sulla sommita di un cappello a cono da cui scendono strisce di carta variopinta, un maglione e dei mutandoni bianchi, dei guantoni bianchi ornati da pon-pon, uno scialle per la spalla che si incrocia con l’altro all’ altezza del petto, uno scialle all’altezza della vita, un paio di calzettoni fino al ginocchio con dei pon-pon, un paio di scarpe d’epoca. ” Lu Zann” è armato di ” Staia ” , una spada di legno con decorazione libera. Il corteo degli Zanni è composto da suonatori di organetto e di cembalo, una coppia di sposi, la coppia diavolo-guardia. Dopo lo ” scandalo” il contratto prematrimoniale tra Ortenzio e Antonietta si estinse e la famiglia di Caterina emigrò in Canada. Caterina divenne un’imprenditrice nel settore delle pulizie, non si è mai sposata ed ogni anno torna in vacanza in Italia. Lei stessa mi ha raccontato questa storia ma ovviamente il suo vero nome è diverso.