Primavera tra assurdità e macerie – di Vittorio Camacci

E’ una bella giornata, con qualche nuvoletta nel cielo azzurro, mani in tasca faccio un giro in quello che resta del mio villaggio. Il Vettore sulla sinistra è ancora coperto di neve. L’ abitato sembra deserto, sfioro vecchie mulattiere sepolte da inestricabili rovi, osservo alcune case già demolite ed altre messe in sicurezza, migliaia di euro in travi, tavole ed acciaio per salvare case ormai collassate ed inutili. Passo vicino a vecchi orti abbandonati, mi accorgo di non essere più capace a distinguere il canto degli uccelli che proviene dal folto della vegetazione intorno al paese. Cosa sono ? Fringuelli, allodole, merli. Da piccolo con i miei amici vagabondavo tra i boschi per scovare i nidi, i più preziosi erano quelli della pica, e seguire l’ evoluzione della cova. Ecco il mio orto, l’ erbetta umida luccica sotto il sole. Tra poco sarà ora di zappare e sarchiare con cura, addolcendo il terreno con la cenere del focolare ed il letame della stalla. Mi piace far diventare una manciata di piccoli semi, attraverso le regole della terra e del cielo astronomico, pomodori, fagioli, fagiolini, melanzane, peperoni, zucchine, aglio,cipolle, zucche e verdure oltre alle immancabili patate di montagna. A volte nei giorni di luminosa foschia, quando la luce del sole sembra sbucare dal nulla, esamino le piantine che crescono e guardo gli alberi da frutto. Quanti giorni mancano alla luna nuova ? Quanti danni ha fatto il gelo ? Quanto valore ha questa fioritura ? Come saranno quest’ anno le erbe spontanee e quelle commestibili ? Quanti e quali funghi troveremo tra i boschi ed i prati ? So di non conoscere i nomi di tutte le erbe , di tutte le piante e nell’ aria del pomeriggio inoltrato rimango immobile con gli occhi concentrati sul prato dove le margherite ed i ” dente di leone” all’unisono schiudono i loro fiori bianchi e gialli tra l’indaco dei minuscoli ” non ti scordar di me “. All’ improvviso rivedo l’ immagine sfocata di mio padre affilare i bordi scalfiti ed arrugginiti della falce con la pietra da cote. Falciava, di solito, nel primo mattino, lentamente, alzando lo sguardo verso l’ orizzonte di tanto in tanto. il mio papà amava falciare e quando l’erba era ormai secca la mamma l’ammucchiava con il rastrello in lunghe file e poi con la forca formava dei mucchi arrotondati. Io ed i miei fratelli l’aiutavamo a trasportarla nel fienile con le reti. Adoravo sdraiarmi spensierato sul fieno fresco, caldo e profumato. A tavola mio padre sorseggiava, tra un boccone e l’ altro il vino pecorino da lui prodotto nei suoi filari e nelle sue pergole. Nella vigna era sempre allegro e custodiva gelosamente i suoi tralci. li potava, li ” scacchiava “, gli soffiava lo zolfo e gli spruzzava il ramato con la pompa di rame a spalla. Durante la vendemmia diventava nervoso ed eccitato e ci impartiva ordini categorici fino a quando non vedeva il mosto versato nella botte. Se uno viene oggi nel mio paese lo trova distrutto e semi-abbandonato ma quando ero bambino era tutto diverso. Gli anni cinquanta e sessanta erano stati prolifici dal punto di vista demografico ed io avevo tanti compagni di giochi, tutti con un soprannome e tutti originali. Metà dei quali c’è li aveva affibbiati un ometto simpatico della ” Villa ” detto Ciancò. Ricordo centinaia di partite a pallone, lo scambio delle figurine e dei punti a premio, le lotte per ” servir messa ” e per la ricerca delle fascine che servivano a metter su il ” focaraccio di Sant’ Agata, le battute estive alla ricerca di alberi da frutto e le discese verso Arquata per il bagno al fiume. Emulavamo gli eroi dei fumetti, a volte buoni a volte cattivi : Zorro, Tarzan, Zagor, Cico, Tex, il Comandante Mark, Mister No. Tutto fino a quando mia madre mi richiamava. La voce della mia mamma giovane era bella e forte, somigliava al suono dell’ acqua di un ruscello che scorre tra le valli, sulle spalle fronzute dell’ Appennino. A casa c’ era sempre la merenda pronta : o la crema pasticcera, o la crema al cacao, o la ricotta con lo zucchero o le bruschette. Tutte le sere c’era una festa da qualche parte, ci andavamo con i motorini. A Pretare, Piedilama, Arquata, Colle, Capodacqua, Pescara, Acquasanta Terme che già da giugno erano pieni di giovani che durante le vacanze estive preferivano venire a vivere con i nonni al fresco. Era il mio tempo delle mele, i primi ” lenti ” ai bordi delle piazzette, i primi amori nei fienili. Era finito, per me, il tempo in cui timoroso di perdermi, stringevo la mano di mio padre tra le vie caotiche di Acquasanta Terme piene di decine di venditori ambulanti accorsi per la festa di San Giovanni. Facevamo il bagno nell’ acqua sulfurea, bianca e lattiginosa, della grotta sotterranea, sotto la volta opaca. Poi se a mio padre avanzavano dei soldi, dopo aver fatto la spesa, mi comprava un giocattolo che io riportavo trionfante in paese per sfoggiarlo davanti ai miei amici. Le domeniche erano bellissime perché il pomeriggio dopo pranzo ci riunivamo davanti al bar de ” Lu Vecchiò ” ad ascoltare le partite alla radio. Quando l’ Ascoli giocava in casa, con tre o quattro automobili diverse, piene zeppe, partivamo per lo stadio del capoluogo di provincia. Era l’ Ascoli dei miracoli, quello di Rozzi, di Mazzone, di Renna. La passione era vera e genuina, l’ atmosfera nello stadio era calorosa e popolare. giorni che non torneranno più… Ora è tutto cambiato. L’ altro giorno la Onlus con la quale collaboro ha donato Bonus Bebè e borse all’ imprenditoria giovanile. Nella sala del comune provvisorio l’ atmosfera era densa di un imbarazzo palpabile. Qualcosa non andava per il verso giusto ma non era quello a preoccuparmi. Io pensavo ad altro. Ormai è sera inoltrata, la luna piena comincia a muovere ombre. Sento il paese addormentarsi sul fianco della Civita. Mi siedo su un sedile di pietra consunta a fianco di due vecchine ad ascoltare vecchie storie di paese e mi accorgo che è la cosa che ora amo più al mondo …

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