Due cani nella bufera – di Vittorio Camacci

Nell’ odierna società si vive soli, anche se si è continuamente immersi nella confusione della massa; infatti se ci guardiamo attorno vediamo solo gente indaffarata che non ha più tempo da perdere, che non ha voglia di dar retta a nessuno, presa dal vortice della frenesia e dell’ insoddisfazione. Basta fermarsi un attimo ed ecco che ci rendiamo conto di essere superati, a volte anche con modi bruschi, da chi ci sta attorno perché con i nostri pensieri e le nostre perplessità intralciamo il loro cammino. Viviamo nell’era delle certezze sbandierate, delle conquiste scientifiche, ma poi nel nostro intimo sentiamo tutto il peso delle ambiguità che ci circondano, senza punti di riferimento, in preda ad una concorrenza che ci divide gli uni dagli altri in un’ innaturale lotta fratricida. Sconosciuti che lottano eternamente tra loro per il proprio personale e meschino interesse individuale. Invece bisogna guardarsi indietro, per prendere ispirazione ed insegnamento, per prendere forza e coraggio, per avere la consapevolezza di far parte di un grande disegno che parte dalle tradizioni dei nostri avi e della nostra famiglia. Essa è infatti l’antidoto migliore per affrontare la vita moderna e per difendersi dalla solitudine, dalle inquietudini e dalle insicurezze. Questa è la lezione che viene dal mondo antico, dove regnava la semplicità, dove ci si accontentava dell’ essenzialità e non c’era una grande separazione tra il mondo reale ed il mondo ultraterreno : “Noi siamo solo nani arrampicati sulle spalle di giganti “. Più di cento anni fa, nel 1916, un ragazzone di Colle d’ Arquata, di nome Pietro, era lontano dal suo paese chiamato al fronte per combattere contro il nemico d’ oltralpe. Da mesi viveva, suo malgrado, nelle trincee sul fronte del Grappa, tra pioggia, neve e fango, in un’ assurdo freddo pungente. Pietro era abituato alle fatiche, sopportava bene anche il freddo, temprato dalla dura vita di allevatore e boscaiolo e dai lunghi inverni che caratterizzavano allora anche l’ abitato di Colle. Ma il gelo della trincea acuito dalla scarsa alimentazione, dalla mancanza di igiene e di riposo, avevano fatto nascere nel suo cuore una profonda nostalgia per la lontananza dalla sua famiglia. Era stato richiamato alle armi nel maggio dell’ anno precedente e da allora non era più tornato a casa. Erano passati quasi nove mesi ed il Natale lontano dalla famiglia gli aveva provocato un’ enorme dolore. A casa, c’ erano la moglie ed un bimbetto di due anni che lo pensavano giorno e notte pregando la Madonna del Chiarino perché lo proteggesse e lo facesse tornare sano e salvo. Nella tasca interna della giacca conservava religiosamente le uniche due lettere, scritte dal curato, ricevute dalla moglie che non sapeva scrivere. Per lui quei pezzi di carta erano un’ autentico tesoro che stringeva nelle mani quasi sempre e che di tanto in tanto si faceva rileggere dal caporale. Finalmente dopo tanto penare, arrivò una licenza, guadagnata con un’ atto di valore contro il nemico. Pazzo di gioia, per la licenza premio di 15 giorni, Pietro partì da Monfalcone con la prima tradotta per il sud. Viaggiò per tutta la notte, su sedili di legno, senza chiudere occhio ed in preda ad un’ ansia trepidante. Dopo una sosta a Bologna, il convoglio proseguì per Rimini, Ancona per fermarsi quasi all’ alba a San Benedetto del Tronto. Pietro trovò la stazione quasi deserta ed un addetto ai bagagli gli comunicò che sulle colline dell’ interno aveva nevicato, fortunatamente fuori trovò un vecchia carrozza a cavalli che lo portò fino ad Ascoli Piceno. Mentre risaliva la Salaria il freddo diventò sempre più pungente e neanche il pesante cappotto militare sembrava scaldarlo. Ascoli Piceno era coperta da un lieve manto bianco e non trovò nessuna carrozza che avrebbe potuto portarlo sui monti. Questo non lo spaventò, era abituato a camminare a piedi e così decise d’ incamminarsi, attraversando Porta Romana, per la Vecchia Salaria senza perdere altro tempo. L’ aria rigida ed il freddo vento di tramontana lo spinsero ad affrettare il passo mentre sentiva il sangue pulsare forte nelle vene riscaldandogli tutto il corpo. All’ altezza di Taverna Piccinini lo raggiunse un carrettiere che risaliva verso Accumoli dopo aver trasportato un carico di patate in città. Il cielo era diventato grigio e minaccioso, non promettendo nulla di buono, Pietro conosceva l’ uomo e approfittò volentieri del passaggio fino ad Arquata. Giunsero sopra Porta Sant’ Agata che era pomeriggio inoltrato, il soldato ringraziò il carrettiere e con lo zaino in spalla ed una gioia incontenibile nel cuore si affrettò a discendere verso la passerella sul fiume Tronto con la neve che cadeva a fiocchi. Attraversata Spelonga, mentre affrontava la salita de ” Lu Crafemuse” dopo il ponte di Piumbanare, il vento cambiò direzione soffiando da nord-est. La neve divenne sempre più fitta, sottile ed appiccicosa, sollevandosi in turbini che impedivano la visuale. Dopo le prime difficoltà, pensò di tornare verso Spelonga ma contando sulla sua giovinezza e sulla sua testarda determinazione di riabbracciare i suoi cari decise di proseguire ma la tormenta lo avvolse in un chiarore opaco, serrato che gli impediva di vedere anche ad un metro di distanza. Ben intabarrato nel pastrano e con i piedi abbastanza caldi negli scarponi, con le strette fasce dei gambali che gli proteggevano gli stinchi, Pietro sperò di vincere il freddo ma sentiva il suo respiro diventare affannoso mentre le folate gelide gli chiudevano gli occhi costringendolo a camminare a testa bassa. Il passo cominciò a vacillare perché i suoi piedi affondavano nella neve ed egli sopra le Piane non ebbe più alcun punto di riferimento. Cominciò a pregare San Silvestro e la Madonna del Chiarino, pensando a come sia facile morire mentre ricordava tutti quei compagni che aveva visto cadere negli assalti alle linee nemiche maciullati dalle bombe e dalla mitraglia. Ora qui, a pochi passi da casa, il silenzio faceva più paura dello strepitio delle armi sul fronte, qui c’era solo il sibilo della bufera che lo faceva sprofondare nel bianco della neve infida e traditrice. Non riusciva più ad orizzontarsi , si muoveva sempre più lentamente mentre la disperazione diventava rassegnazione e nel suo cervello balenava implacabile l’ idea di lasciarsi andare. La sofferenza cresceva ad ogni passo e lui sentiva perdere il peso del suo corpo rifugiandosi in un piacevole e strano torpore che invadeva le sue membra. Stava quasi per chiudere gli occhi quando si sentì spingere alle spalle da qualcosa di pesante tanto da perdere l’ equilibrio e cadere nella neve faccia in avanti. Alle sue spalle sente un mugolio prolungato insieme ad un’ alito caldo e sbuffante, si girò alzandosi su di un gomito e vide un grosso cane bianco che lo stava leccando con guaiti festosi. Non era solo, accanto aveva un altro cane che lo guardava con i suoi grandi occhioni mansueti : erano due bei pastori abruzzesi, un maschio ed una femmina, che lo fissavano con simpatia e con movimenti della testa lo esortavano ad alzarsi. Gli animali sembravano aver capito il pericolo e fiutando l’ aria più volte si avviarono scodinzolando in direzione trasversale al vento. Il maschio andava avanti aprendo la strada mentre la femmina stava al suo fianco sinistro permettendogli, talvolta, di appoggiarsi al suo dorso nei momenti di maggiore difficoltà. La luce del giorno cominciava a scemare e la paura tornò ad impossessarsi della mente di Pietro ma lui continuò a camminare a testa bassa ed ad un tratto si ritrovò di nuovo solo. Chiamò i cani e non avendo riscontrò scoppiò a piangere sentendosi di nuovo perso. Dopo un po’ rialzò il viso con lo sguardo spento, senza più speranza, ma davanti a se vide qualcosa di scuro che si faceva notare in tutto quel chiarore. Era il portale della chiese di San Silvestro. ” Colle ! Sono arrivato a Colle ! ” Cominciò ad urlare con quanto fiato gli era rimasto in gola. Lo scosse solo il suono della campana che suonava il vespro, la fine di una giornata, la fine di un incubo. Dopo aver abbracciato la moglie ed il figlioletto venne a sapere che i suoi anziani genitori erano morti nell’ incendio della loro casupola una settimana prima, corse in mezzo alle stradine innevate, cercò i due cani in tutto il paese ma nessuno possedeva due cani simili. ” Mamma e papà mi hanno salvato! ” Diceva a tutti : ” loro mi avevano messo al mondo e loro mi hanno dato questa nuova vita. Erano due anime in ascesa tramutatesi nelle sembianze di cane per fare un’ ultimo gesto d’amore salvando la loro discendenza “.

Vittorio Camacci

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